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Nelle campagne tarantine i solchi dell’abbandono

di RAFFAELLA CAPRIGLIA
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di RAFFAELLA CAPRIGLIA

GROTTAGLIE - «Servirebbe una banca della terra. Un ente pubblico in cui depositare, temporaneamente, il proprio terreno, far sì che qualcuno lo utilizzi, ricevere dei vantaggi, per esempio di tipo fiscale. Così l’abban - dono delle campagne potrà essere arginato». Enzo Lacorte, un passato nel sindacato dei braccianti della Cgil (è stato segretario nazionale e regionale della Flai e componente del dipartimento attività produttive della Cgil nazionale, oggi è consigliere comunale), è il nostro «cicerone» tra le campagne di Grottaglie.
La fotografia è a luci ed ombre. Ad appezzamenti vivi e curati, coltivati ad ulivi e vigneti, si alternano campagne lasciate a se stesse, divenute casa per erbacce, rifiuti o insetti dannosi per le colture.

Sono queste, spesso, le terre dei metalmezzadri, ex operai del siderurgico e agricoltori, che, al turno all’Italsider, alternavano il lavoro nella proprietà. Piccoli fondi, ereditati, insieme alla sapienza del lavoro nei campi, dalla famiglia, oppure acquistati o conquistati nel periodo delle assegnazioni pubbliche. Oggi, la generazione descritta da Tobagi nel 1979, quella dell’operaio-agricoltore, si sta estinguendo e con essa la sua epicità. In molti sono morti a causa di neoplasie. L’età media del decesso sembra essersi abbassata, non supera di molto il pensionamento. Mogli e figli hanno tentato di portare avanti, invano, il lavoro agricolo e le campagne sono rimaste lì, invendute, a memoria (anche affettiva) del passato.

Enzo Lacorte ricorda con fervore gli anni '70, quelli delle lotte operaie. «Quarant'anni fa i braccianti volevano lavorare. Ci fu il fenomeno dell’occupazione delle terre incolte per affermare i diritti ». Erano gli anni degli «scioperi alla rovescia». Le terre dai latifondisti, nobili o proprietari terrieri, erano espropriate e suddivise tra i braccianti: accadde soprattutto nel versante occidentale della provincia di Taranto. Nel territorio di Grottaglie, invece, furono gli stessi grandi proprietari a riattivare il lavoro nei campi come risposta alle assegnazioni. Nascevano le cooperative.

Oggi la situazione si è invertita. «Vendesi», leggiamo sul ciglio delle strade, ma cedere piccoli terreni ai grandi gruppi agricoli non è facile, nonostante i prezzi si siano abbassati notevolmente. «Il valore dei terreni è crollato», spiega Lacorte, oggi si vende un ettaro e mezzo a 20mila euro. Non è redditizio, né per i venditori, né per gli acquirenti, ai quali non conviene «investire risorse per migliorare un terreno abbandonato, spendere per la rigenerazione dello stesso. Ai figli, eredi dei terreni, si è trasmesso un messaggio invertito: “lascia stare la terra, tanto sacrificio e scarsi risultati”».

Per avere un quadro preciso della situazione, servirebbe una mappatura aggiornata delle terre incolte o mal coltivate. A questa situazione si aggiungono i problemi legati alla manutenzione delle aree pubbliche. Nell’area compresa tra Grottaglie, Villa Castelli e Francavilla Fontana, i canali di scolo delle acque sono spesso invasi dalle erbacce o diventano deposito per piccole discariche abusive a cielo aperto. Agli interventi di pulizia, seguono nuovi sversamenti di materiale edile di risulta, pneumatici, altri rifiuti speciali.
«La manutenzione - spiega Lacorte -, servirebbe, oltre che per il regolare deflusso delle acque, anche per la lotta alla proliferazione di insetti dannosi. La cosiddetta “sputacchina”, insetto vettore della Xylella che sta colpendo gli ulivi, si riproduce proprio in questi ambienti, così come nelle campagne abbandonate. Serve inoltre la vigilanza, per evitare che gli episodi si ripetano».

I cumuli di rifiuti si ritrovano anche sotto a cavalcavia e ponti, in presenza di segnali di divieto di discarica. «Abbiamo ritrovato e segnalato pure interi corredi funerari, vestiti e oggetti di persone decedute, vecchie fotografie», racconta Lacorte, che nota come gli sversamenti avvengano anche dinanzi alla depositeria comunale. C'è chi poi deposita, ai cigli delle strade, i teloni in plastica dismessi dei tendoni dell’uva. Gli stessi, rifiuto riciclabile, sono a volte recuperati da qualche privato e smaltiti. Non così per le reti degli ulivi, rifiuto indifferenziato, che, se non correttamente conferite, sono spesso bruciate abusivamente, nelle stesse campagne.

La tutela del territorio interessa anche aree vincolate. Lacorte rimarca lo sbancamento di un territorio che ricade sul parco delle gravine tra Grottaglie e Martina Franca. Né mancano i problemi infrastrutturali e logistici. Tra Grottaglie e San Marzano c'è una strada interrotta, con un ponte su un canale, che ha ceduto e lavori in cemento ancora in cantiere. Cosa fare? Oltre alla manutenzione, alla vigilanza e alla ristrutturazione della rete logistica, servirebbe una svolta culturale nell’intero settore.
«Un tempo fu fatta la riforma agraria - chiarisce -, oggi occorrono nuovi strumenti di sostegno. L’istituzione di una “banca della terra” servirebbe a tutelare le terre incolte per non abbandonarle, fa sì che siano coltivate, creare sviluppo e occupazione. Non c'è, però, una normativa che permetta la creazione della stessa e garantisca a chi deposita il fondo qualche incentivo, almeno sulle tasse».

C'è poi la questione della commercializzazione e della vendita del prodotto. «Le associazioni, come accade in Spagna, dovrebbero guardare anche a questo - dice Lacorte -. La diversificazione è importante. Nel nostro territorio ci sono nuovi impianti di melograno e albicocco, è un segnale di cambiamento. Gli agriturismi hanno valorizzato le masserie. Bisogna rendere operativo il distretto agroalimentare, che funga da soggetto promotore e incentivare tra i piccoli produttori la mentalità associativa».
Infine, il messaggio agli stessi agricoltori: «Devono imparare a fare massa critica, distaccarsi dall’abitudine, atavica, di chi pensa “tanto, prima o poi, da me si deve acquistare». C'è ancora un grande problema di relazione con mercato, occorre prima vendere e poi produrre, conoscere la filiera e dare un destino a quel prodotto. Solo così sarà valorizzato e valorizzerà la nostra economia agricola».

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