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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Dal cece nero all’agostinella biodiversità di Puglia strappate all’oblìo

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di PALMINA NARDELLI

Mettere al sicuro la biodiversità pugliese anche in nome della tipicità. È l’obiettivo dei progetti regionali presentati nel laboratorio urbano «I make» nell’ex macello ristrutturato di Putignano. A introdurre il tema centrale «Il Fascino delle Piante e la Biodiversità delle Colture pugliesi », Gabriella Sonnante dell’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del Cnr di Bari. Ma non si pensi che l’iniziativa sia stata un puro evento didattico per le scolaresche. In realtà è stata un’occasione importante per far conoscere uno dei programmi più avanzati, in Italia, di ricerca e di catalogazione delle specie d’in - teresse agrario (coinvolte nei cinque progetti sulla biodiversità del Piano di Sviluppo rurale della Regione). Non a caso i seminari si sono tenuti in concomitanza della terza edizione delle «Giornate internazionali dedicate al Fascino delle Piante».

Notevole l’interesse dimostrato dal pubblico per l’intervento di Vito Vincenzo Bianco (già docente alla facoltà di Agraria dell’Università di Bari) sulle piante spontanee utilizzate anche nella cucina tradizionale. Ma il fulcro dell’evento si è rivelata la presentazione complessiva della strategia che la Regione ha avviato in fatto di biodiversità e illustrato nei dettagli da Pietro Santamaria dell’Università di Bari. Ingenti le somme del Piano di sviluppo rurale investite sia per un obiettivo urgente, che è quello di salvare le varietà a rischio di estinzione o erosione genetica, sia per obiettivi strategici, come quello di aumentare la sicurezza delle coltivazioni e la tipicità delle produzioni agricole. Reintroducendo, ad esempio, varietà abbandonate, senza escludere la necessità di ampliare e caratterizzare l’offerta agricola pugliese, in relazione ai bassi prezzi di mercato dovuti alla produzione standard. La parola d’ordine è: intervenire per salvare le risorse genetiche originarie. Di qui la riscoperta di circa cinquanta ortaggi coltivati ancora oggi dai «bio-patriarchi »o agricoltori custodi.

La Ricerca rimane il requisito essenziale per dare speranza alle attività inerenti i progetti sulla Biodiversità avviati con il Piano di sviluppo rurale, riguardanti le specie orticole (BiodiverSo), le leguminose e i cereali (Sagrain), fruttiferi (Re.ge.fru.p.), la vite (Re.ge.vi.p.), l’ulivo (Re. Ger.O.P.) Una massa importante, e imponente di dati e di catalogazione che ha registrato la collaborazione delle Università di Bari, del Salento, di Foggia e altri dodici partner, inclusa la Eco-logica, società di ingegneria e consulenza ambientale. Tutti i progetti rientrano in una strategia complessiva dell’U.E. che si prefigge, entro il 2020, di arrestare la perdita di biodiversità e di degrado degli ecosistemi.

Se non si fosse avviata questo tipo di conservazione, chi avrebbe mai ricordato lenticchie e cece nero di Altamura, o le carote di Polignano e di Triggiano, il tortarello e l’albicocco, la mela agostinella o il percoco guardaboschi? Specie recuperate grazie alle esperienze raccontate da Pasquale Venerito del centro Basile Caramia, da Pierfederico Lanotte del CNR, da Cinzia Montemurro dell’università di Bari.

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