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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Bari, sul set del film Lorenzo «Varichina» eroe trash diritti gay

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BARI - «Se c’è stato un eroe, pur se a suo modo, un rivoluzionario proletario nel campo del costume sessuale, dei diritti, questo è sicuramente Lorenzo “Varichina”, un mito per diverse generazioni», dice Totò Onnis, attore teatrale e cinematografico di vaglia, da Ronconi a Benigni, Fellini. Molto affaticato sul set della docu-fiction Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis (pagina Facebook: Varichina), per la regia e sceneggiatura di Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo, tratta da un articolo del giornalista della «Gazzetta», Alberto Selvaggi, appunto dedicato al pittoresco gay barese «Varichina», in cui si proponeva, per provocazione, il «busto alla memoria».

Onnis ha avuto un lieve malore sul set nel teatro Van Westerhout di Mola, dopo un balletto con giravolte. «Gli occhiali che porto per impersonare Varichina - ci spiega -, hanno lenti da vista molto spesse... ma vere, non finte! Sto compiendo uno sforzo terribile, nausea, giramenti di testa». Senza contare le ore con truccatori e costumisti. L’attore ha conosciuto di persona il «gay più trash della storia». Passava spesso sotto casa sua e vide Lorenzo anche quand’era in carrozzella, «in una sanitaria». «Sposo la proposta provocatoria di Selvaggi, un busto se lo merita. Come scrisse Alberto: ha fatto il Gay Pride da solo». Anche Ketty Volpe, attrice teatrale di lunga esperienza, che recita nel ruolo chiave di Rosaria, la vicina e amica storica di Varichina, incontrava spesso sotto casa sua il bizzarro omosessuale barese: «Ragione di più per affrontare questo ruolo in maniera sentita, con il cuore».

Anche i registi sono sotto pressione. «Raccontiamo una storia, non facciamo prediche a nessuno, né diamo insegnamenti», dice Palumbo. «Anche se un’idea chiara la abbiamo eccome – dice Barbanente – ed emergerà dalla pellicola. Siamo circondati da un tifo montante. Ma non per noi come registi e troupe, l’entusiasmo è tutto per Lorenzo, che raccontiamo. Si merita la statua, certo, in quanto simbolo di libertà nel senso più ampio».

Oltre che nel Libertà, quartiere del mitico Varichina, altre scene sono state girate in un sottoscala del Cimitero di Bari, dove egli riposa, dal 2003. «Quando scovai la sua foto sulla lapide – racconta Selvaggi – restai di ghiaccio. Nessuno sapeva manco se era vivo o morto, all’estero o a Bari». E scherza: «È stata la mia inchiesta Watergate in versione barivecchiana ultra-cozzal omosex». Selvaggi, su cui si sviluppa un po’ la narrazione del film, nelle scene passa dai look da damerino, in verde, a «un misto tra stile “gayo” e Circo Orfei», ironizza lui stesso, aspettando il ciak con un cappello rosso tipo Frank Sinatra. «L’abbiamo trascinato sul set con la forza in catene – racconta Palumbo – essendo molto refrattario. Ma, per quanto all’inizio ci abbia bestemmiato per l’esposizione pubblica, dopo sotto sotto si è divertito. Ormai lo chiamiamo Laurence Olivier».

Nella docu-fiction compaiono tanti personaggi. Agostino (Francesco Carrassi), raffinato gay barese di via Crispi, Lorenzo bambino (Claudio Brunetti) che vende la varechina a una popolana (Lucia Coppola). Testimoni e amici. E il film sta catalizzando anche le organizzazioni Lgbt (Lesbiche, gay, bisex, transgender). Come dicono Palumbo, Barbanente ed Onnis, il quale nel film lo ripete tante volte battendosi la mano su una natica: «Tutt’ ddò avìt a v’nì!». Motto di Varichina. cl. pet.

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