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Uno spirito che aleggia anche negli altri cani targati Disney. Si pensi a Lilli e il vagabondo, il lungometraggio a cartoni animati del 1955, tratto dal racconto di Ward Greene Happy Dan - The Cynical Dog, pubblicato su Cosmopolitan dieci anni prima. Qui, la storia d’amore tra una femmina di cocker spaniel e un incrocio diventa occasione di tradurre nell’etologia della specie canina i valori fondanti di quella piccola borghesia che costituiva la struttura portante del sogno americano e del destino manifesto.
Il tutto trasposto in chiave british con La carica dei 101, del 1961, dal romanzo omonimo di Dodie Smith. Pongo e Peggy, i dalmata che guideranno la fuga dei loro cuccioli e di altri che si sono aggiunti dalle grinfie di Crudelia De Mon, sono equivalenti a quattro zampe degli intrepidi inglesi che solo quindici anni prima avevano sconfitto il nazismo con il coraggio e la dedizione a un’idea di società equilibrata e solidale. La Londra ricostruita nel film a disegni irripetibili è più autentica di quella reale, che all’inizio degli anni ‘60 si avviava ad essere smantellata dallo tsunami dei Beatles, del rock, della droga e della disgregazione civile.

Non solo Disney. Altri cani dell’immaginario collettivo concorrono a una mitologia che precorre l’animalismo e lo colloca nella sfera di un legame impresso nella memoria genetica delle due specie amiche.
Il primo che viene in mente è Rin Tin Tin. La sua epopea precede alla lunga la serie di telefilm che incantarono i ragazzi di tutto il mondo tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60. Fu il soldato americano Lee Duncan a trovare una coppia di pastori tedeschi in un canile bombardato della Lorena poco prima che finisse la prima guerra mondiale. Tornato con loro negli Stati Uniti, diede in adozione la femmina, Nanette, a dei conoscenti, mentre addestrò il maschio, Rinty, per esibirsi in diversi numeri di abilità. Fu notato dal produttore Darryl F. Zanuck, che lo scritturò come interprete di numerosi film muti. I suoi discendenti giunsero fino agli anni ‘50, quando fu varata la serie televisiva in cui Rin Tin Tin si accompagnava al caporale-bambino Rusty. In realtà, i pastori tedeschi impiegati per le riprese erano diversi. Uno di loro, Flame, è sepolto ad Asnières, vicino Parigi, nel giardino di una villa lungo la Senna, trasformato nel 1999 in un cimitero per cani e altri animali domestici.
Pietosa la vicenda dell’attore che ne faceva la parte. Lee Arker, quando gli episodi terminarono e non se ne misero in cantiere degli altri, faticò a trovare nuovi ruoli e ben presto si mise a svolgere lavori umili che lo fecero precipitare nel vortice dell’alcolismo e delle tossicodipendenze. È morto da indigente nelle scorse settimane.

Più fortunato il cast de Il commissario Rex, di produzione austriaca. La serie originale di 10 stagioni ha sfondato in tutto il mondo, specialmente in Australia. Tanto che ne sono derivate produzioni autoctone in Italia e in Polonia. Anche qui, il cane impiegato dalla polizia per affiancare gli investigatori umani non è uno solo. Accattivanti le sue predilezioni culinarie, spesso in competizione con quelle dei suoi colleghi umani. Del resto, perfino Superman, nella sua versione degli anni ‘50 e ‘60, aveva un cane, Krypto, dotato dei suoi stessi ultrapoteri.
In Il mastino dei Baskerville, di Sir Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes affronta un bloodhound spietatamente utilizzato per spaventare a morte l’erede di una fortuna economica e rurale.
Sul rapporto con il proverbiale amico dell’uomo si è ben espresso Konrad Lorenz in E l’uomo incontrò il cane, dove scrive fra l’altro: «La fedeltà di un cane è un dono prezioso che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cane fedele è altrettanto “eterno” quanto possono esserlo, in genere i vincoli fra esseri viventi su questa terra».

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