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Un Carnevale «negato» a causa della pandemia. A Putignano, nel periodo canonico della manifestazione carnascialesca, c’è in giro un vuoto, che si sente nella mancanza di allegria, di satira, di eccessi tipici di una festa ambigua e liberatoria. E allora la nostalgia dei carri di cartapesta e dei lazzi che li circondano si trasforma, o si metabolizza, in amarcord.

Dice Maria Pia Giulivo, poetessa, fotografa per passione, scrittrice, ricercatrice, ex presidente della Fondazione Carnevale. «È difficile parlare di Carnevale - esordisce - nel momento in cui un virus lo ha cancellato dal calendario ufficiale e da quello di chi, il Carnevale, lo porta nel suo calendario del cuore per averci dedicato tanti anni della sua vita. Siamo passati dalle maschere alle mascherine sanitarie, dall’allegria alla necessità di proteggerci - riflette -. E al capovolgimento dei ruoli si aggiunge il livellamento umano. La mascherina rende tutti uguali», osserva Giulivo con amarezza.
Lei, il suo Carnevale più autentico lo ha vissuto soprattutto dall’interno. Da anni, occupandosi della parte antropologica della festa, ne conosce benissimo la valenza, le tradizioni, la storia popolare. Maria Pia Giulivo racconta: «Sono stata la prima, e al momento l’unica donna a ricoprire il ruolo di Presidente della Fondazione putignanese. Una straordinaria avventura durata due anni in cui forse ho impresso dato un mutamento di stile alla gestione, ho posto le basi di una traccia che ha coniugato tradizione e innovazione. La sola formula vincente che andrebbe perseguita».

Incancellabile nella sua memoria il fotogramma dell’arrivo di Renzo Arbore, spettatore di lusso del corso mascherato. «In quel periodo la città era governata dal centrosinistra, mentre la Regione era a guida centrodestra con il compianto presidente Salvatore Distaso. Eppure c’era un proficuo dialogo, oltre gli steccati», narra Giulivo. Ricorda con amarezza la partecipazione al Carnevale di Strasburgo, cui non è stato dato seguito e che presupponeva uno scambio di un auspicato respiro europeo, che non c’è stato. Rammenta di essere stata socia fondatrice della Federazione Italiana dei Carnevali, per la quale ha redatto lo statuto insieme ai rappresentanti dei più importanti eventi italiani. «Purtroppo - conclude - nel corso degli anni ho assistito al declino dell’anima più autentica della nostra manifestazione, che si è sempre più commercializzata, tanto da scimmiottare realtà simili che non hanno niente della nostra valenza culturale e storica. Reinventare la tradizione per renderla viva e adeguata ai tempi è un compito arduo, che può portare vantaggi, ma che richiede amore, dedizione, forza d’animo».

Molto diversa l’interpretazione del professor Pietro Sisto, docente di Letteratura italiana all’Università di Bari e studioso del Carnevale pugliese. Nel suo libro «L’ultima festa» Sisto, grazie a una approfondita documentazione storica, ripercorre «storie e metamorfosi del Carnevale in Puglia». Il docente, già presidente della Fondazione negli anni ‘90, ricorda che «il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, è data che un po’ dovunque coincide con l’inizio del periodo carnevalesco, con festeggiamenti scanditi da una serie di riti che si tenevano nei giovedì compresi fra questa data e l’ultima domenica che precede il martedì grasso. Erano cerimonie diffuse anche in numerose regioni del Bacino del Mediterraneo - evidenzia Sisto -. In Spagna si festeggiavano, oltre al giovedì grasso o “del lardo”, anche quelli delle “comari” e dei “compari”, che fanno pensare alle abbondanti “pappatorie” a base di carne di maiale, che in passato si organizzavano, in quei giorni, anche in diversi paesi dell’Italia meridionale». E i giovedì lasciano spazio alla fantasia: «A Massafra, nel tarantino, per esempio, si ricordano ancora i giovedì dei monaci, dei preti, dei cornuti e dei pazzi, con lo sconfinamento di quello della “cattiva”, o della vedova, il primo giovedì di Quaresima».

I giovedì dedicati a monaci e sacerdoti fanno pensare a un Carnevale capace di coinvolgere anche gli ecclesiastici. Secondo le ricerche del professore, nel 1732, a Polignano, nel monastero di San Benedetto, «le monache insieme alle loro allieve preparavano una mascherata dandosi alla gioia spensierata e chiassosa. Per mettere fine ai “rumori inusitati” e agli “effetti diabolici” - annota Sisto - giunse da Napoli Alfonso Maria de’ Liguori che “con solenne pontificale benedisse la casa a cui ridonò pace e tranquillità, riportandola nella grazia di Dio”».
i «cornuti» di putignanoA Putignano l’appuntamento più chiassoso e irriverente resta quello del giovedì grasso dedicato ai «cornuti». «Uomini che traditi dalle mogli venivano esposti al pubblico ludibrio e coinvolti in grotteschi e rumorosi cortei lungo le vie principali del paese. Riti - sottolinea lo storico - in parte scomparsi, e in parte fatti rivivere, sia pure con forme, simboli e significati diversi da quelli di un tempo. Degno di nota, quello riorganizzato dalla putignanese “Accademia delle corna” che elegge il “gran cornuto dell’anno” portandolo in trionfo, in virtù dei grandi meriti o demeriti riconosciuti da una improbabile, grottesca giuria di biforcuti benpensanti».


Emilio Chiafele e Giuseppe Marzullo sono il duo «Cec i Fasul», Cece e Fagiolo. Sono la coppia ancora solida di clown entrati, con la loro complicità e umanità, a far parte del grande divertimentificio rappresentato dalle kermesse carnascialesche. Dal lontano 1977 vestono ininterrottamente i panni di due pagliacci, utilizzando sempre lo stesso rispettivo costume. Poiché negli anni hanno acquistato qualche chilo, hanno implorato le mogli, entrambe brave sarte, di allargare gli abiti adattandoli alla forma ormai oversize. Oltre a essere irresistibili nelle veloci battute, utilizzano due piccoli pupazzi di stoffa che, adattati su una sola delle loro mani, si animano improvvisando irresistibili e inoffensivi incontri di boxe, coinvolgendo in queste performance i bambini. Così da oltre 40 anni Cece e Fagiolo sono diventati gli idoli dei più piccini. Emilio Chiafele ha 63 anni portati con leggerezza. Conserva intatta la sua passione per la kermesse che quest’anno è stata cancellata dalla pandemia. «Non ho mai voluto mollare. Mi piace ancora tantissimo esserci con il mio alter ego, come maschera in libertà, sempre vestito da clown, e ho inculcato anche a mio figlio Jordy questa mia passione. Così - afferma - anche lui è ben inserito nel contesto del Carnevale. Già quando aveva un anno lo portavo con me, anche lui vestito da clown, in un divertimento aggregante che ha finito per contagiarlo fin dalla tenera età». Tante le amicizie, per Emilio, nate durante le tante sfilate e maturate negli anni, tanti i ricordi. Uno in particolare.

«È quello di una mamma che durante una sfilata mi impediva di avvicinarmi alla sua bimba diversamente abile, nonostante la piccola dimostrasse interesse per la mia sagoma. Mi sono però avvicinato e con tanta delicatezza l’ho tranquillizzata, ho dato alla bimba una caramellina, l’ho presa in braccio, le ho messo un naso rosso da clown che avevo in tasca e la sua reazione è stata spettacolare, davanti a una mamma incredula ed emozionata allo stesso tempo. Ero felice di aver abbattuto la diffidenza che a volte crea incomunicabilità».
Un rimpianto: «L’unica nostra tristezza - dice Chiafele - è che non siamo mai stati gratificati per avere coinvolto il pubblico presente alle sfilate. Mai una pergamena, mai una medaglia. Ma non importa, torneremo puntuali nel 2022 con quello spirito libero, ancora intatto, che ci contraddistingue».

La presenza delle donne, dietro le quinte, è determinante. Forse senza di loro il Carnevale sarebbe solo cartapesta di ottima fattura. Ma sono le ragazze che, con la loro creatività, conferiscono il tocco di fantasia alla manifestazione, colorando i visi e cucendo vestiti, senza alcun timore per le eventuali critiche. Una per tutte. Rosella Campanella, una dei cinque figli del mai dimenticato Pietro, uno dei più noti propagginanti degli anni passati. Ricordiamo che le Propaggini sono l’evento del 26 dicembre che dà il via al calendario: anch’esso quest’anno è stato annullato e riproposto solo in video, sul web. Rosella sin da piccolissima non ha mai mancato di partecipare alle sfilate. «Quando ero piccola mio papà Pietro puntualmente, in questo periodo, diceva a mamma “Lisetta è Carnevale, bisogna vestire i bambini. E mamma li realizzava gli abiti, tutti diversi dall’anno prima, per ciascuno di noi, lavorando anche di notte. Ora seguo le orme di mamma, ho ereditato da lei l’arte di cucire e di creare in pochissimo tempo le fogge più disparate dei vestiti carnevaleschi. Da papà, invece - spiega - mi deriva la voglia insopprimibile di divertimento che mi prende ancora oggi quando confeziono i costumi per l’associazione “La Zizzania”, di cui faccio parte. Ne realizzo 30/40 per ogni edizione, per farli indossare al gruppo che deve sfilare». Ovviamente quest’anno non ci sarà alcuna sfilata. Domandiamo: il periodo carnevalesco di cui ha più nostalgia? «È quello che lasciava libertà di espressione ai tutti i partecipanti all’evento. Non avevamo il vincolo del tema unico dettato dalla Fondazione (come è stato deciso negli ultimi anni, ndr). Un’imposizione che non mi è mai andata giù».

Rosella è anche la cuoca della «Campana dei maccheroni», l’ultimo tradizionale appuntamento che il martedì grasso chiude il calendario con un’abbuffata prima di entrare in Quaresima. «Ricordo l’incertezza dell’anno scorso, se farla o meno, quando nell’aria si intuivano già gli impedimenti che avrebbero scombussolato la nostra quotidianità. Noi osammo, ma giusto in tempo». Infine: «Speriamo che nel 2022 possiamo tornare a festeggiare senza patemi né preoccupazioni come negli anni pre-pandemia».

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