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«L'appello» delle anime nel nuovo libro di Alessandro D'Avenia

«L'appello» delle anime nel nuovo libro di Alessandro D'Avenia

foto Marta D'Avenia

«I ragazzi non sono un pubblico»: parla l'insegnante-scrittore e sceneggiatore

10 Dicembre 2020

Giuseppe Di Matteo

Aveva ragione Elias Canetti: le parole hanno «una loro speciale carica passionale» e pretendono continue attenzioni. Lo scrive il premio Nobel per la letteratura ne La coscienza delle parole, di cui esiste una splendida traduzione pubblicata da Adelphi. Nella quotidianità di noi occidentali, e non solo, ce ne sono poi alcune ancora più speciali: i nomi di persona, che celano nel loro nucleo più intimo una strana magia nonostante i nostri continui tentativi di ignorarla. Soprattutto nelle aule scolastiche, troppo spesso ridotte a tristi file di nuche che passano le giornate ad assimilare regole e nozioni per poi ritrovarsi disarmate nel mondo di fuori.

Non tutti però sono convinti che lo studente sia una tabula rasa da riempire col bastone di un’autorità per altro ormai in declino: soprattutto Omero Romeo, professore di scienze 45enne che accetta di prendere sulle sue spalle una classe-ghetto di dieci ragazzi, apparentemente senza speranza, traghettandoli verso la maturità con il suo modo tutto speciale di fare l’appello. All’improvviso quella che era stata immaginata come una lista impersonale di nomi da tormentare con interrogazioni e compiti a sorpresa si trasforma in un mosaico vivente di volti ben definiti, che chiedono solo di essere ascoltati. L’esperimento riesce, sebbene al prezzo di continui malumori ai piani «alti». E il bello è che Omero, proprio come il poeta di Chio, è anche cieco. Eppure riesce a vedere meglio degli altri.
Per capire come faccia bisogna lasciarsi trasportare dalla penna di Alessandro D’Avenia, che ne L’appello, edito da Mondadori (341 pagg., 20 euro), racconta una storia solo apparentemente di carta. Forse perché, in fondo, ognuno di noi ha sognato di avere a che fare con il suo personaggio. La maturità, questo il lascito di Omero, ha poco a che vedere con i voti e molto con le storie che riusciamo a liberare dal grigiore di un anonimato spesso imposto dalle circostanze.

D’Avenia, è immaginabile nel mondo reale un personaggio come il professor Omero Romeo?

«Se non fosse immaginabile non avremmo la letteratura, che è proprio quel luogo in cui si dimostra che la vita così com’è non basta, soprattutto quando ci si accontenta di restare in vita, anziché essere vivi. I personaggi sono ipotesi narrative che aprono la vita alla dimensione del possibile: Omero Romeo è ovunque qualcuno lo accoglierà nella sua immaginazione, e solo dall’immaginazione, braccio del desiderio, iniziano le scoperte e le rinascite».

«Verba volant, scripta manent», dicevano gli antichi. Eppure dopo aver letto il suo romanzo scopriamo di averli male interpretati...

«I latini usavano questo detto al contrario di come lo usiamo noi. Nelle culture a prevalenza orale le parole scritte erano ritenute immobili e congelate, invece quelle orali volano e colpiscono menti e cuori come frecce. Noi oggi viviamo in una nuova oralità fatta di una quantità smodata di parole che volano dappertutto, ci frastornano ma non lasciano niente, per questo riesce a farsi ascoltare solo chi urla di più. Ma ci sono parole che hanno a che fare con la vita e quelle si fanno strada sempre, anche se sono sussurri. Ma bisogna affinare l’udito per riuscire a intercettarle: fare silenzio, chiudere gli occhi, rallentare».

Sotto la patina della finzione si intravede una critica corrosiva al mondo della scuola, ancora imbrigliata in vecchie logiche: a suo avviso da dove si deve ripartire?

«Insegno da 20 anni e sono stufo di un sistema in cui non si affrontano cose che qualsiasi persona di buon senso riuscirebbe a mettere in ordine. Si deve ripartire dalla centralità della relazione discepolo maestro, impossibile in un sistema asfissiato dalla burocrazia, malato di supplentite (ci sono studenti che cambiano 3-4 professori l’anno della stessa materia), riempito di precari che costano meno e vengono trattati in modo indegno. Se il maestro non viene messo in condizione di occuparsi come si deve dei ragazzi, tutto il resto è inutile».

Il suo romanzo è uscito da poco, ma già se ne parla. Che tipo di reazioni si aspetta? E cosa ne pensano i «colleghi» di Omero?

«Il mio romanzo è un romanzo, quindi mi aspetto che la gente vi trovi consolazione e sfida ai propri pensieri, come deve fare la bellezza. È anche un manifesto politico. Voglio che sia un punto di non ritorno rispetto a ciò che continuiamo a nasconderci: la scuola è diventata un parcheggio e noi dei parcheggiatori a ore. Non è un caso che la rivoluzione parta da un professore di scienze cieco e dieci ragazzi disperati. Presi da soli sono strumenti stonati, insieme fanno un’orchestra potentissima che tira giù tutte le maschere di un sistema di cartapesta».

Ha mai incontrato studenti come quelli che ha disegnato nel suo romanzo?

«I miei personaggi sono il distillato di quella che io chiamo la mia piccola moltitudine di maestri, incontrati in questi 20 anni. Da loro ho imparato che a scuola la didattica funziona solo se funziona la relazione».

Lei insegna da tanti anni. Cosa ha imparato?

«Che loro non sono un pubblico o contenitori da riempire, ma che io sono il pubblico di vite che vanno curate una ad una. Se la conoscenza non ci serve a prenderci cura di noi stessi e del mondo, allora diventa puro esercizio di potere e vuota manifestazione di superiorità. Dobbiamo ritornare al “tatto” nei confronti della vita, come solo un cieco sa fare… Chiudere gli occhi e… vedere».

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