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The Irishman: tre vecchi gangster e l'America d'oggi

De Niro è il protagonista, Pacino un sindacalista e Pesci un boss mafioso: l'ultimo di Scorsese è magnifico

The Irishman: tre vecchi gangster e l'America d'oggi

It is what it is. «È quel che è». Il motto ricorrente, laconico, ineluttabile, scandisce come un refrain il nuovo, magnifico film di Martin Scorsese. Prima di approdare su Netflix dal 27 novembre, The Irishman è ancora in alcune sale nella versione in lingua originale con sottotitoli italiani, per esempio all’«AncheCinema» di Bari, dopo i previsti tre giorni di programmazione. La scelta di limitare l’uscita nei cinema dal 4 al 6 novembre scorsi ha suscitato proteste degli esercenti, come accadde un anno fa per Roma di Alfonso Cuarón, che infine rimase più a lungo sul grande schermo. L’ostilità verso Netflix sta diventando una sorta di genere «meta-cinematografico», cioè un rituale che si replica un po’ stancamente e si riverbera sui festival internazionali: Cannes fa la faccia feroce, mentre Venezia sa che lo streaming è ormai una delle modalità della visione cinematografica (chissà cosa riserva il futuro).

«It is what it is» suggella la dolente sinfonia di Scorsese su tre personaggi al tramonto nell’America d’oggi che tuttavia ha le sue radici nel lontano dopoguerra... La commistione tra discorso pubblico e spettacolo, i legami quasi «fisiologici» tra mafia e politica, le relazioni internazionali come prosecuzione dei conflitti fra lobby fin dalla crisi per la tentata invasione della Baia dei Porci respinta da Fidel Castro (1961, presidente era John Fitzgerald Kennedy), e l’omicidio di JFK quale vendetta degli ambienti malavitosi. Sicché, quando nel film il potentissimo capo sindacale Jimmy Hoffa arringa la folla della «fratellanza» degli autotrasportatori, inizialmente con base a Detroit («La città degli estremi» di un bel saggio di Giuseppe Berta per il Mulino), non è peregrina la tentazione di pensare all’inquilino odierno della Casa Bianca. In alcune scene s’intravede la cupola del Campidoglio a Washington DC e la bandiera a stelle e strisce sventola su questo «romanzo criminale» che copre circa mezzo secolo di storia americana, dagli anni ‘50 in avanti.

Per Scorsese, che fra qualche giorno compirà 77 anni, il Tempo è Krónos, la divinità che divora i suoi figli, o mette l’uno contro l’altro gli amici di una vita. Non siamo «dalle parti» di Proust, scusate la rozza semplificazione, ma della tragedia greca, di Shakespeare e del Faust che vende l’anima al diavolo. Una visione nera e non certo di quel noir stinto delle serie tv in voga. Qui Scorsese contraddice lo spirito stesso e l’ideologia dell’America come nuovo inizio, perenne ricominciamento, utopia radicale delle origini da proiettare nel futuro. Macché, God Doesn’t Bless America. Infatti in The Irishman non è salvifico neppure il ricorso alla memoria e all’oblio dell’oppio in cui culminava, 35 anni fa, la saga di C’era una volta in America di Sergio Leone, con Robert De Niro protagonista di entrambi i film e da sempre amico e «complice» di Scorsese.
A essere struggente in The Irishman non è lo sguardo senile del maestro cresciuto a Little Italy sottraendosi al destino di «diventare prete o gangster», che ha dedicato al confine tra il bene e il male una batteria di capolavori, da Mean Streets e Taxi driver, a Quei bravi ragazzi, Casinò, Gangs of New York, The Departed... No, a colpire con tono sommesso e vigore inusitato è piuttosto la dialettica di The Irishman tra l’impotenza dei vecchi gangster a un passo dalla fine e il mondo che hanno contribuito a creare e che continuerà senza di loro. Vien da pensare alle riflessioni filosofiche di Günther Anders sull’«antiquatezza dell’uomo» e la nostra invidia verso le cose inanimate (anche le immagini, la fotografia e il cinema ci sopravvivono). Mentre riaffiora alla ribalta la tragica massima di Elias Canetti: «Predatore del lutto, uomo».

Frank Sheeran, detto l’Irlandese (De Niro), ha combattuto in Italia durante la seconda guerra mondiale e sa / racconta che in battaglia non si pensa più a nulla, se non a sopravvivere: «È quel che è». Dapprincipio Frank è un semplice autista di camion, ma a forza di piccoli raggiri e lavoretti «da imbianchino» (macabra ironia che allude allo spargimento di sangue), sarà presto l’uomo di fiducia del boss siculo-americano Russell Bufalino, cui dà vita Joe Pesci, altro attore feticcio scorsesiano. Poi, tramite Bufalino, l’Irlandese diventa il braccio destro e armato di Jimmy Hoffa, che Al Pacino interpreta shakerando ruoli cruciali della sua carriera. Il suo Hoffa è Scarface ed è Michael Corleone, è lo Spaventapasseri ed è Riccardo III.

La struttura di The Irishman è concepita come un viaggio in auto alla volta della festa nuziale di amici del boss mafioso, con frequenti digressioni e flashback. Insomma, il film è un on the road lungo le strade violente del ‘900, verso il Potere e il Tradimento che sempre comporta. Ma alla fine il Potere non vale lo sguardo di una figlia. È questo il rimpianto di Frank per la sua Peggy (Anna Paquin) che lo ignora da trent’anni, da quando intuì - forse - che il papà c’entrava qualcosa con l’omicidio di «zio Jimmy». Eccolo, l’Irlandese. Nella casa di riposo chiede all’infermiera di non chiudere del tutto la porta della sua stanza, per far filtrare un po’ di luce... De Niro, Pacino, Pesci giganteggiano nella virilità non perduta, ma, ripetiamo, «antiquata» in sé, persino quando gli effetti speciali li ringiovaniscono nelle scene del passato. It is what it is. Che film!

THE IRISHMAN di Martin Scorsese. Interpreti e personaggi principali: Robert De Niro (Frank Sheeran, «L’irlandese»), Al Pacino (Jimmy Hoffa), Joe Pesci (Russell Bufalino), Harvey Keitel (Angelo Bruno), Anna Paquin (Peggy Sheeran). Tratto dal libro «L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa» di Charles Brandt (Fazi ed.), sceneggiatura di Steven Zaillian. Drammatico, USA, 2019. Durata: 210 minuti. Dal 27 novembre il film sarà su Netflix

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