Giovedì 22 Agosto 2019 | 09:30

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Memorie a corte

Il tribunale e Bari nel '900 storie di delitti e di...matrimoni

I ricordi di Nicola Simonetti: volti, nomi e piccoli scandali in una Bari ormai lontana

«Memorie a Corte»: è questo il titolo della nostra serie che accompagnerà i Lettori fino alla fine della stagione balneare. Mentre a Bari si dibatte sul Polo della Giustizia, abbiamo chiesto a giornalisti, uomini di spettacolo e professionisti di scrivere dei loro ricordi o dei racconti di fantasia legati alle aule di giustizia, non necessariamente baresi.

Il tribunale e Bari nel '900 storie di delitti e di...matrimoni

BARI - Storie di palazzo. A Bari, si chiamava «Tribunale» anche se, sul frontespizio, c’era scritto «Palazzo di Giustizia». Era un austero edificio, in piazza Cesare Battisti, alle spalle del palazzo Ateneo, diviso da un giardinetto sul cui estremo, verso via Nicolai, era sistemato un Vespasiano, sempre, come gli altri della città, oggetto di costante manutenzione denunciata dal caratteristico odore di creolina. Un cortile, un piccolo posteggio a semiluna, per una decina di posti auto (nessuna riserva per magistrati o altri degli uffici).

Il «Tribunale» ospitava Ufficio Istruzione ed aula di Corte d’Assise al piano terra, Procura della Repubblica e Tribunale civile e penale al primo piano, Corte d’Appello al secondo, uffici vari, anche quelli dell’intendenza di finanza al terzo. Presidenti, procuratori, magistrati di Tribunale e Corte di Appello, avvocato generale avevano propri uffici in questo Palazzo dove tutti nzine a mammà, una mammà-giustizia che all’epoca non era nemmeno troppo generosa. E non solo. Il Palazzo ospitava la stazione dei Carabinieri comandata da un maresciallo, che poteva contare anche degli spazi di un cortile interno per la sosta di automezzi di servizio tra i quali quelli per il trasporto dei detenuti da interrogare o da far presenziare ai processi.
Vi era, inoltre, un alloggio per il «custode» il quale si occupava di apertura e chiusura del portone e degli altri accessi, nonché della cura e della pulizia. In questa mansione, fu impegnato il signor Pasquale Sarro, cui è succeduto il figlio Michele.
Ma il Tribunale era pieno di curiose figure, volti umani indimenticabili. Nel giardinetto antistante e nell’atrio del portone a volte «soggiornavano» specialisti della collaborazione che poteva anche essere una testimonianza «falsa». La tolleranza, nei loro riguardi, non era infinita. Ma esistevano, eccome. L’ingresso era pretenzioso, reso più autorevole da un’ampia scalinata in marmo bianco con balconate ai piani cui essa consentiva l’accesso. Nell’interno, un’altra scala di servizio raggiungeva il cortile.
La Pretura era ospitata in un edificio con ingresso da via Garruba (angolo piazza Cesar Battisti), di fronte ad un portone laterale del Tribunale e subito dopo il cortile-deposito auto del retro del palazzo della posta, attuale sede di uffici e sale convegni dell’Università. Per moltissimi anni, il pretore capo è stato, con unanime riconoscimento, il dottor Enzo Mininni.
Su piazza Cesare Battisti, angolo Crisanzio, il classico bar Fortunato, frequentato negli intervalli di lavoro, anche da magistrati e avvocati. Altra meta era il Caffè della Posta in via Nicolai angolo Cairoli. La Legge, un tempo, si rifocillava tutta qui.

Il Tribunale per i Minorenni era invece sistemato alle spalle del Carcere, con ingresso da via Giulio Petroni. Storiche, integerrime ed aperte alla autentica protezione della famiglia le figure del presidente Lorusso e del procuratore Finocchi cui seguirono, con pari dignità e passione, i dott. Occhiogrosso e Cipolla. I loro successori, mutata anche la sede, non gli sono stati secondi. Da ricordare il dr Piero Florio (nato nel 1937), magistrato di grandi capacità ed umanità, già atleta, campione e dirigente nazionale di Pallavolo, morto nel ‘92, per un incidente stradale mentre, su auto di servizio guidata da autista, viaggiava per un atto d’ufficio. Figure d grande dignità, onestà e sensibilità sociale anche i magistrati che si sono succeduti nel vecchio «Tribunale»: dai presidenti Gentile, Parmigiani, Lezza padre e figlio, ai procuratori Giancaspro, Lerario, Serrano, Zaccaria, Damiani, Nunziante, De Peppo che presiedeva con saggezza ed equanimità la difficile sezione Lavoro; Noviello, DeMarco Giacinto e Luigi, Magrone che fondò il giornale di notizie e critica giudiziaria Dal di dentro, Marvulli che, primo al concorso per l’ammissione in Magistratura, raggiunse, poi, il vertice della piramide giudiziaria.
Da ricordare, tra i tanti, il presidente Buono, maestro di Diritto (amante e competente di musica classica e operistica) che, tra l’altro, si cimentò, con successo e dignità, in una trasmissione a premi televisiva nazionale.
Molti gli avvocati detti «Principi del Foro». Tra questi, Russo Frattasi Carlo e Vittorio, Regina, Papalia, che fu anche sindaco e senatore di Bari, Quarta, Scianatico (negli interventi, si accalorava tanto fa dover cambiare la camicia che, previdentemente, portava con sé. Fu presidente dell’ospedale consorziale policlinico: epici i litigi, a squarciagola, con il rettore Del Prete nella lunga trattativa per stilare la convenzione. Difendevano, con onestà, diritti dei due Istituti e non interessi personali).

La nomina del difensore di ufficio era di frequente pertinenza dell’avv. Enrico Laterza (eleganza sobria e cravattino, sua caratteristica) il quale assolveva al compito con diligenza e comprensione per l’assistito. Le aule si riempivano di pubblico specie quando erano di scena, per la difesa, avvocati di fama nazionale come Carnelutti, Leone e tanti altri. Quanti reati, quanti giudizi in quel Palazzo. Ricordiamo il pluriomicidio della famiglia Percoco, perpetrato dal giovane che, in casa (via Davanzati), uccise genitori e sorella per impadronirsi del gruzzolo familiare e che, sistemati i cadaveri in un paio di armadi e ricoperte le fessure con strisce di carta appiccicata con colla di fortuna, partì per Capri, dove fu arrestato qualche giorno dopo. Il processo si svolse nell’aula della Corte d’Assise e fu seguito da molti, tra i quali alcuni «fans» e, specialmente ragazze invaghite del reo.
In aula per motivi medico-legali, chi scrive sorprese una ragazza che, durante una pausa del dibattimento (i giudici si erano ritirati per risolvere un’eccezione presentata dalla difesa) abbassò la cerniera che chiudeva la maglietta scoprendo parte del seno.

Altro omicida di suocera e cognata, un giovane che, la prima notte di nozze, non rilevò la verginità della sposa. Chiamati, d’urgenza i genitori reciproci, fu litigio ed il sottoscritto fu incaricato di accertare l’ effettiva situazione genitale. Si trattava di un «imene compiacente», cioè la membrana imeneale era elastica e, quindi, «consentiva» il rapporto senza lacerarsi e sanguinare. Spiegai, anche con disegni e rilievi da libri scientifici, con cura, al neo-marito (che mi sembrò avesse ben capito) e agli altri presenti la peculiarità anatomica e, anche su consiglio del magistrato, consigliai, alla famiglia, l’intervento di uno psicologo. La convivenza coniugale fu ristabilita e sembrò che tutto fosse chiarito. Ma, dopo un paio di settimane, l’uomo, armatosi di pistola, uccise suocera e cognata e ferì la moglie incolpevole. Fu fermato e, poi, condannato, riconosciuta la semi-infermità mentale (in quel tempo, ancora così valutata). Frequenti le denunce per violenza carnale. Il medico legale veniva incaricato, dal magistrato del pubblico ministero, di accertare l’effettiva sussistenza della deflorazione e della violenza. A volte si trattava, però, di mancanza di violenza e la denuncia mirava a «costringere» il ragazzo a sposare la «violentata». Il matrimonio estingueva, secondo il vecchio Codice, il reato. Una volta, una mamma che – come sempre – era presente alla vista peritale, indicando la figlia seminuda, disse al magistrato che, opportunamente, si era girato di spalle: «Voltati, guarda signor giudice, è roba da gettare questa?».
Ne accadevano di tutti i colori, ne accadono di tutti i colori. Per chiudere, la storia di un suicidio-omicidio di due ragazzi – lei francese, lui barese di buona famiglia di artigiani – ai quali il matrimonio veniva negato. La tenutaria di un appartamento che ospitava coppie a ore, si accorse che, dal pavimento della porta della stanza in cui c’erano i due, veniva fuori un rivolo di sangue. Dato l’allarme, la polizia intervenne subito: i due si erano tagliati con una lametta da barba e furono trasportati al pronto soccorso (che era nell’ateneo, ingresso via Crisanzio) e sottoposti ad emotrasfusione e sutura delle ferite. Alla fine... il matrimonio non si celebrò e Dorà tornò nubile in Patria.

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