Karol Wojtyla, il Papa venuto dalla Polonia

CITTA' DEL VATICANO - «Giovanni Paolo II, Polacco»: così, l'8 maggio 1979, a pochi mesi dall'elezione al pontificato, papa Wojtyla ha firmato la lettera apostolica Rutilans Agmen, alla Chiesa di Polonia nel IX centenario del martirio di S.Stanislao. Un segno di appartenenza a quella «Polonia, patria mia», come dirà nel 1997, durante il sesto viaggio, quando affermò: «anche se mi è toccato di vivere lontano, non cesso tuttavia di sentirmi un figlio di questa terra e nulla che la riguardi mi è estraneo».
Alla sua patria ha accennato fin dalla prima apparizione con la bianca veste pontificale, alle 19.30 di quel 16 ottobre 1978: «gli eminentissimi cardinali - disse - hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un Paese lontano».
Karol Wojtyla non ha mai dimenticato di essere un polacco. Il 29 aprile 1992 si definì un Papa che vuole essere «il servo» della sua patria, e, citando una parabola di San Luca, «un cane che lecca le ferite della nostra nazione». «Non desidero - aggiunse - niente altro per me». Del suo Paese ama la cucina, i monti Tatra e i cori dei montanari, ma anche storia, tradizioni, letteratura, musica e poesia. «A me - ha rivelato - è sempre piaciuto cantare», con una preferenza per «i canti dell'insurrezione e della resistenza» del suo Paese.
Convinto che fosse un disegno provvidenziale a volere, in quel momento storico, il primo papa polacco, in tale ruolo non solo ha permesso l'affermarsi del sindacato di Solidarnosc, con tutte le conseguenze che esso ha avuto sugli equilibri mondiali, ma è stato un formidabile promotore della conoscenza della storia e della cultura del suo Paese. Verso il quale non ha mai nascosto un amore profondo. «Qui - ha detto a Zamosc, nel giugno del 1999 - sembrano parlare con una potenza eccezionale, l'azzurro del cielo, il verde dei boschi e dei campi, l'argento dei laghi e dei fiumi. Qui suona in modo particolarmente familiare, polacco, il canto degli uccelli. E tutto ciò testimonia l'amore del Creatore». Ne ama persino il clima: meglio il freddo di qui del caldo che c'era a Roma, disse il primo giugno 1997, a Wroclaw, al termine di una Messa celebrata con una temperatura di 7-8 gradi, vento, nuvole e qualche spruzzo di pioggia.
Nel suo primo radiomessaggio, il giorno dopo l'elezione, ha voluto inviare un saluto speciale alla Polonia, per «l'amore incancellabile che - disse - portiamo alla terra d'origine». Il giorno dell'inizio del pontificato, il 22 ottobre, si è rivolto in polacco, ai suoi connazionali ed ha pregato la Madonna di Jasna Gora. Il 9 novembre, incontrando il clero romano, ha ricordato con toni molto affettuosi i suoi incontri con i sacerdoti di Cracovia; pochi giorni dopo, ricevendo professori e studenti dell' università di Lublino, ha definito la propria elezione al pontificato «una grazia che il Signore ha voluto concedere alla terra polacca che nel suo millennio di vita cristiana ha offerto un'enorme testimonianza di devozione anche nella sofferenza». Il giorno del suo primo compleanno da papa (18 maggio 1979, compiva 59 anni) ha visitato l'abbazia di Montecassino e l'annesso cimitero polacco di guerra. E, accanto ad una delegazione governativa, c'era un suo compagno di liceo, Tomas Romanski.
I compagni di scuola, di università, di teatro, di seminario - i non molti che guerre e tempo avevano fatto sopravvivere - sono stati, per lui che non aveva più alcun parente, il legame con il suo passato personale. Quando qualcuno capita a Roma lo ha sempre ricevuto volentieri e durante i viaggi c'era un pomeriggio a Cracovia o a Zakopane, dedicato a loro. Il 9 giugno 1997 a Cracovia, in un giorno ha voluto celebrare messa sullo stesso altare del Wawel dove il primo novembre 1946 la disse per la prima volta, andare alla tomba dei genitori, fare colazione nella casa dove abitava da giovane vescovo ausiliare, visitare la camera dove abitava da prete, incontrare due coppie da lui sposate 40 anni prima. E la sera prima aveva chiesto di passare, con la papamobile, per Rynek Glowny, l'antica e bellissima piazza del mercato. D'altro canto, aveva voluto celebrare la sua prima messa nella cripta di San Leonardo del Wawel. «Sicuramente - ha scritto in 'Alzatevi, andiamo!' il suo ultimo libro - tale desiderio proveniva dal mio profondo amore per tutto ciò che reca in sè una traccia della mia patria. Mi è caro quel luogo in cui ogni pietra parla della Polonia e della sua grandezza. Mi è caro tutto il complesso del Wawel: la cattedrale, il castello e il cortile».
Il suo ultimo "ritorno a casa", a Wadowice, la sera del 16 giugno 1999, è stato un dialogo tra l'ormai anziano Karol Wojtyla e la gente della cittadina dov'è nato: l'altare era stato costruito tra la chiesa, in un brutto stile vagamente barocco, nella quale egli è stato battezzato e la casa paterna che sorgeva e sorge accanto alla chiesa: un piano sopra i negozi, tre finestre. In piazza c'erano posti riservati alle famiglie che lo conoscevano; in piedi, con gli stendardi, anziani ed ex militari del reggimento "Cracovia", nel quale prestò servizio suo padre. Il Papa ha improvvisato, citando i nomi delle strade, là in fondo, diceva, sorgeva il «teatro» dove recitò con i suoi amici; «là c'era la pasticceria» dove andavano dopo la scuola; «in quella casa - indicava con la mano - abitavano i miei amici"; un ricordo particolare per Jerzy Kluger e ad altri amici ebrei.
L'essere polacco per Karol Wojtyla ha avuto un significato ed un valore storico e provvidenziale. Il fatto che uno di noi sia stato messo a capo della Chiesa cattolica, disse nel 1979 durante il suo primo viaggio da papa nel suo Paese, dimostra che siamo al centro della storia.
Erano tempi difficili per la Polonia: c'era il comunismo, c'era la crisi economica e i negozi vuoti, davanti ai quali si faceva la fila senza sapere cosa si sarebbe potuto comprare: la gente era come spenta, per assuefazione alla mancanza di speranza. Il sabato sera, per le vie di Varsavia, come in quelle delle cittadine sparse tra i grandi boschi, spesso gli ubriachi erano giovani, che giravano soli.
Poi un polacco era diventato papa.
La gente da allora guardò gli stranieri in modo diverso: lo straniero era sempre il ricco, poteva andare nei negozi riservati e comprare icone antiche come fossero figurine. Ma i polacchi avevano il papa. Per una nazione definita "semper fidelis" e nella quale la Chiesa si vantava, ed era, la custode delle tradizioni nazionali, non era poco.
Di questo, Giovanni Paolo II è ben conscio. Quando in 'Alzatevi, andiamo!' parla dell'abbazia di Tyniec, dove si preparò a ricevere l'ordinazione episcopale, scrive che ci volle tornare «come se saldassi un debito personale di gratitudine. Debbo tanto a Tymiec». E aggiunge: «Forse non io soltanto, ma tutta la Polonia».
Voleva la rinascita dello spirito nazionale. L'obiettivo era sia interno che esterno: quel suo ricordare in pubblico, il voler riandare da Papa nei luoghi dove aveva vissuto da bambino o da prete o da vescovo, dove aveva lavorato o dove era solito pregare o andare in vacanza, più ancora che momenti personali erano un ribadire in pubblico le sue radici, servivano a ricordare al mondo la Polonia ed a far dire ai polacchi tutti «è uno di noi». Così evidenzia, intrecciandole, le radici della storia patria e quelle del cristianesimo orientale; promuove compatroni d'Europa i santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi; sottolinea l'essenzialità del contributo dei polacchi nella vittoria di Vienna contro i turchi nel 1683; rammenta la vittoriosa resistenza del suo Paese contro gli svedesi nel diciassettesimo secolo o la "grande Polonia" che arrivava al mar Nero; rievoca le imprese degli Jagelloni e della regina Edvige; cita scrittori, musicisti e poeti del suo Paese, per lo più poco conosciuti in occidente, o dei quali, come Chopin, si è quasi dimenticata l'origine. E parla delle spartizioni della Polonia e del nazismo. In "Alzatevi, andiamo!", ricorda che vedere la svastica sul Wawel «per me - scrive - fu un'esperienza particolarmente dolorosa». Nel 1978 e nel 1979 ricorda e visita i cimiteri di guerra di Loreto e Montecassino dove sono sepolti caduti polacchi della Seconda guerra mondiale. Anche soldati polacchi, vuole sia ben presente, hanno contribuito alla vittoria. E il 2 giugno 1979, alla cattedrale di san Giovanni Battista di Varsavia, davanti a una folla immensa, ricorda che tante volte il Paese è stato invaso, ma è sempre risorto, grazie ad un fortissimo amor di patria.
Così è anche sul piano più strettamente religioso. La «sua» Madonna di Czestochowa, alla quale ha offerto la fascia trapassata dal proiettile di Ali Agca, diviene famosa nel mondo, ove si moltiplicano chiese e cappelle che le sono dedicate.
Ma in Polonia c'era un governo comunista sotto shock per il fatto di trovarsi papa l'arcivescovo di Cracovia, che certo non era lieto di quella presenza a Roma, e ancora meno di una sua visita in patria, che però non poteva impedirgli. In una parola, subiva e tentava di difendersi da quel fiume in piena che era Giovanni Paolo II all'inizio del pontificato. Così, dopo avergli censurato a fine '78 un messaggio diretto ai fedeli della sua Cracovia, consentì il viaggio del 1979, ma ad aprile, durante i preparativi del primo di un papa al di là della "cortina di ferro", dette istruzioni per il normale svolgimento delle lezioni (che non ci fu). Anche la Chiesa era preoccupata da possibili reazioni politiche della gente: a maggio i parroci della capitale invitarono i fedeli a cantare solo inni religiosi lungo il percorso papale.
Il primo ritorno in patria è trionfale. Folle immense non solo lungo il percorso: i giornalisti guardano e raccontano stupiti le chiese piene all'inverosimile e la gioia dei polacchi. Il Papa esalta lo spirito e la storia nazionali. Passano pochi mesi e si avvertono i prodromi di quello che sarà Solidarnosc. L'estate del 1980 è quella degli scioperi di Danzica che poi dilagano in tutto il Paese. A novembre del 1980, il Papa esprime la propria gioia per il riconoscimento del primo sindacato libero del mondo comunista; l'8 dicembre, in piazza di Spagna prega la Madonna perchè «protegga la Polonia».
Il 15 gennaio 1981 Lech Walesa e una delegazione di Solidarnosc vengono ricevuti in udienza: dura un'ora e mezza e si conclude col canto dell'antico inno polacco «Dio protegga la Polonia», il canto che era stato intonato nelle settimane difficili di agosto e di settembre nei cantieri navali di Danzica e di Stettino. Canta anche il Papa, che nel suo discorso fa alcune sottolineature che mirano a tranquillizzare il governo di Varsavia e quelli degli altri Paesi comunisti, in particolare sulla «non contraddizione» tra Solidarnosc, che, dice, non ha carattere politico, e il sistema comunista e sul carattere «strettamente interno» del movimento.
Appena 4 mesi dopo, ci sarà l'attentato di Alì Agca. Proprio il timore del contagio polacco, sarà il "cui prodest" della «pista bulgara», mai dimostrata, ma mai dimenticata, alla quale il Papa, 21 anni dopo, in Bulgaria, dirà di non aver mai creduto, con un'affermazione che ai più sembrò "politica".
Dopo l'attentato, l'impegno continuò. Quando alla fine del 1981 la tensione era altissima e si temeva un'invasione sovietica sembra certo che fece sapere al Cremlino che un esercito invasore avrebbe trovato a Varsavia anche il Papa. E dopo il colpo di Stato di Jaruzelski del 13 dicembre 1981, ad ogni incontro pubblico c'era una preghiera in polacco per chiedere la fine dello stato d'assedio, la liberazione dei prigionieri politici e il rispetto dei diritti.
Per rendersi conto di quanto ha "pesato" il Papa sulla Polonia, basta ricordare che in quegli anni '80, l'allora presidente degli Usa, Ronald Reagan, e il primo ministro britannico, Margaret Thatcher, fecero sapere di averne chiesto i giudizi proprio sulla Polonia.
Gli anni a cavallo della caduta del Muro, della quale è ritenuto uno dei maggiori artefici, è il momento del suo massimo sforzo per realizzare il sogno di vedere i Paesi dell'est, primo tra tutti la Polonia, superare il comunismo senza cadere nell' egoismo capitalista, intraprendendo una sorta di terza via, quella del "solidarismo", caro alla dottrina sociale cristiana.
Vorrebbe, e lo dice tante volte, una Polonia rinnovata. In politica, ma anche in morale. Così, dal Vaticano o durante i viaggi, non condanna solo aborto, divorzio e comportamenti immorali, ma appoggia la campagna indetta dai vescovi polacchi contro l'abuso di alcool (1986 e 1987) ("se non domineremo i nostri vizi - dice - saranno gli altri a dominare noi"); definisce «pericolosa» l'opinione per la quale in Polonia «non si vedano prospettive per il futuro». Nello storico 1989 sottolinea la necessità di ricostruire in patria «la dimensione del bene comune nella vita e nella società» e di intraprendere «il solidale cammino per la riconquista della sovrana soggettività», perchè «è necessario che ritroviamo il nostro posto, il posto difeso ed ottenuto con tanta fatica fra tutte le nazioni, soprattutto quelle europee», alle quali offrire «il senso della dignità dell'uomo». Nel 1990 «è inquieto» per la situazione di conflitto in seno a Solidarnosc fra Walesa e il governo democratico di Tadeusz Mazowiecki; chiede il «definitivo riconoscimento» delle frontiere occidentali della Polonia, quelle uscite dalla Seconda guerra mondiale; invita i giovani a «frenare i vizi sociali». Nel 1991 afferma che «non rubare» significa anche dar vita ad un modello economico giusto; esorta a «saper fare buon uso della libertà per poter ricostruire gradualmente tutta la vita in Polonia, superando le crisi socio-economiche e morali» e rifiutando il modello consumista.
«Parole al vento?» si chiederà durante il viaggio del 1991. A prima vista sembra proprio di sì. La Polonia è un Paese consumista; Solidarnosc, divenuto un partito, è stato sconvolto dagli scandali e sconfitto alle elezioni; di rigore morale è difficile vedere segni. Persino la Chiesa, nel 1999, subirà i rimproveri papali per la «mancanza di cuore» con cui sta affrontando la nuova società.
«Conservatemi un posto nel vostro cuore», ha detto il 10 giugno 1997 al momento di lasciare Cracovia per tornare in Italia. Almeno questo, colui che molti, in patria, ritengono il polacco più importante della storia, l'otterrà di sicuro.
Franco Pisano
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