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Venezuela - Vigilia di attesa per referendum

Circa 14 milioni di elettori avranno l'opportunità domani di esprimersi per il sì o per il no nel quadro di un referendum revocatorio del mandato del presidente Hugo Chavez che potrebbe distendere il clima politico del Venezuela, o magari invece incendiarlo • Nel paese sudamericano tra gli italiani che vogliono farsi sentire di più
CARACAS - La vigilia del giorno più atteso. Circa 14 milioni di elettori avranno l'opportunità domani di esprimersi per il sì o per il no nel quadro di un referendum revocatorio del mandato del presidente Hugo Chavez che potrebbe distendere il clima politico del Venezuela, o magari invece incendiarlo.
Gli occhi della comunità internazionale sono puntati su questo voto anche perché il Venezuela è il quinto produttore di petrolio del mondo (assicura il 15% delle forniture degli Usa) e controlla le maggiori riserve petrolifere mondiali fuori dal Medio Oriente.
Un fattore non certo minore nell'attuale congiuntura caratterizzata da prezzi del barile in netta salita e da incertezze esistenti in altre regioni produttive del pianeta.
Come era facile prevedere sia i sostenitori di Chavez, sia i suoi oppositori raccolti nel Coordinamento democratico, hanno espresso «certezza per la vittoria» e duri avvertimenti alla controparte a non tentare di alterare con brogli «questa ineluttabile verità».
Il governatore dello stato di Miranda, Enrique Mendoza, uno dei più autorevoli esponenti del Coordinamento, ha misurato il successo «in almeno un milione di voti», e ventilato l'ipotesi, poi però ritirata, di fornire all'opinione pubblica proiezioni del voto ancora prima della chiusura dei seggi.
Alcune settimane fa l'opposizione ha pubblicato un documento (Piano Consenso Paese) in cui riassume il programma politico, economico e sociale che sarà adottato al momento di assumere la guida del Venezuela. «E i primi risultati del nuovo corso - ha assicurato Mendoza - si vedranno già dopo soli sei mesi».
Negli ultimi giorni Chavez ha moltiplicato i suoi interventi pubblici, proponendosi come «forza tranquilla» e promettendo che in caso di esito sfavorevole del voto, trasmetterà il potere al vicepresidente Josè Vicente Rangel, che sarà incaricato di organizzare nuove elezioni.
Lo ha ripetuto ancora oggi all'ex presidente statunitense Jimmy Carter e al segretario generale dell'Organizzazione degli stati americani (Osa), Cesar Gaviria, che guidano una importante pattuglia di osservatori internazionali.
La sicurezza del capo dello stato deriva dalla convinzione che l'avvio, con l'aiuto di cooperanti cubani, di numerosi progetti di assistenza (denominati missioni) e la distribuzione di risorse alle fasce meno favorite della popolazione possa aver rafforzato la sua popolarità.
Una ipotesi che hanno ratificato praticamente tutti i sondaggi di opinione realizzati nelle settimane precedenti al voto. Fra questi, anche quello del «North American Opinion Research» che ha assegnato 63% a Chavez e 35% all'opposizione.
Al riguardo Alfredo Keller, considerato uno degli esperti venezuelani più equilibrati in questo campo, ha sostenuto che «il vantaggio molto grande esistito a favore del governo si è andato riducendo a mano a mano che gli indecisi (30% della popolazione) hanno sciolto le loro riserve».
«Tutto dipende dagli indecisi - ha concluso - se voteranno, vince l'opposizione, altrimenti vince Chavez».
Intanto nel corso delle ultime ore è cresciuta la tensione per il ruolo preponderante che le forze armate stanno svolgendo nella preparazione del referendum.
Il Piano Repubblica, che prevede un intervento dell'esercito nella tutela dell'ordine pubblico, nella vigilanza dei seggi e nella repressione di eventuali atti di violenza, è già scattato da tempo. Ma secondo l'opposizione i militari, considerati schierati con Chavez, rappresentano un rischio reale in caso di tensione.
La quasi totalità delle emittenti radio-televisive e dei giornali è vicina alle opzioni del Coordinamento democratico, e per questo oggi uno dei principali quotidiani di Caracas, «El Universal», ha titolato 'Militari sequestrano le macchine in sette stati».
Le macchine in questione sono sistemi di votazione elettronica denominati 'Smartmatic' comprati dal governo ad una società di cui fa parte la Olivetti Tecnost.
Gli avversari ritengono che queste macchine, insieme ad altre che serviranno a controllare elettronicamente le impronte digitali, potrebbero complicare ed allungare le procedure di voto, scoraggiando gli elettori ad esercitarlo.
Maurizio Salvi

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