Martedì 28 Settembre 2021 | 06:31

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Presidente Cecenia sfugge attentato. Violenti scontri

Violenze continuano a oscurare i disegni di normalizzazione politica del Cremlino in Cecenia. Oggi il presidente ad interim dell'amministrazione unionista, Abramov, è sfuggito a una bomba a Grozny
MOSCA - Scontri e attentati continuano a oscurare i disegni di normalizzazione politica del Cremlino in Cecenia, dove oggi il presidente ad interim dell'amministrazione unionista, Serghiei Abramov, è sfuggito di un soffio a una bomba a Grozny a poco più di un mese dalle elezioni. E dove nel sud combattimenti tra milizie regolari e guerriglia islamica secessionista sono tornati a insanguinare il villaggio di Avtury, con numerose vittime da entrambe le parti.
L'episodio di Grozny è avvenuto in pieno giorno, quando un ordigno è stato fatto esplodere al passaggio del convoglio di Abramov, l'uomo che ha assunto temporaneamente la guida della regione dopo l'uccisione, il 9 maggio scorso, di Akhmad Kadyrov - dilaniato con altre cinque persone nello stadio della capitale mentre assisteva a una parata - e fino alle elezioni presidenziali locali fissate per il 29 agosto. La deflagrazione ha investito una vettura del seguito, una Volga blindata, che con ogni probabilità ha salvato la vita ad Abramov, il quale accompagnava in città una delegazione giunta da Mosca per esaminare progetti di ricostruzione. E' stato lui stesso a confermare in tv d'essere rimasto illeso. E' morta invece una delle guardie del corpo, mentre sono rimasti feriti un altro agente e un consigliere presidenziale.
L'attacco reca evidentemente le impronte della guerriglia, che solo per poco ha mancato il bis dopo la clamorosa uccisione a maggio di Kadyrov, il leader scelto dal Cremlino come garante del processo politico che nelle intenzioni di Vladimir Putin deve confermare l'appartenenza della Cecenia alla Russia, seppure con un ampio status di autonomia, e la totale esclusione da ogni negoziato dei ribelli indipendentisti.
Un strategia di cui il fallito agguato di oggi testimonia tuttavia ancora una volta la fragilità. A dispetto delle scadenza di una campagna elettorale che prosegue solo sulla carta, in attesa che le urne confermino - in un generale clima di scetticismo - la vittoria annunciata di Alu Alkhanov. Quest'ultimo è un generale di polizia, ministro dell'interno uscente del governo regionale, fedelissimo del defunto Kadyrov e unico dei sei candidati in lizza unto dalla benedizione del Cremlino.
Lo attendono la minaccia del leader indipendentista Aslan Maskhadov («qualunque marionetta occupi la poltrona di Kadyrov, i suoi giorni sono contati», aveva avvertito via internet ancor prima dell'attacco ad Abramov) e un territorio che, a dispetto delle promesse di pacificazione e dei proclami sulla sconfitta della guerriglia, resta ad altissima tensione. Lo confermano i ripetuti agguati contro le autorità locali filo-russe e i blitz militari che i ribelli continuano a mettere a segno con effetti non meno devastanti delle azioni terroristiche (anche kamikaze) rivendicate negli ultimi anni da Shamil Basaiev, il più radicale dei loro comandanti. Blitz come quello realizzato in queste ore nel distretto di Shali, tra le impervie montagne del Sud, dove i guerriglieri sono tornati a occupare per la seconda volta in poche settimane il villaggio di Avtury. Il villaggio è stato abbandonato solo dopo diverse ore di combattimenti con la milizia della guardia presidenziale cecena di Ramzan Kadyrov, figlio di Akhmad, che afferma di aver ucciso 25 ribelli (non ci sono conferme indipendenti), ma ammette di aver lasciato sul terreno almeno 18 dei suoi uomini.
Uno scontro violento che segue di meno di un mese il raid (oltre 90 morti) compiuto dai guerriglieri islamici fin dentro i confini di un'altra regione autonoma russa, la vicina Inguscezia. Smacco che, quasi a smentire i progetti di normalizzazione, ha indotto Mosca a rafforzare i dispositivi militari anche in territorio inguscio. E che secondo la stampa potrebbe provocare ora le dimissioni del generale Viaceslav Tikhomirov, massimo responsabile delle forze federali russe nel Caucaso. Dimissioni che il generale - indisponibile a fare da parafulmine per i fatti dell'Inguscezia dopo che il presidente Vladimir Putin ha ordinato un cambio di strategia e ventilato qualche "purga" - sembra abbia anzi già offerto al suo superiore, il ministro dell'interno Rashid Nurgaliev.

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