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«Io ed il mio carro armato Ariete»

Il racconto del tenente carrista Lorenzo Mangia, 26 anni di Lecce, comandante del plotone degli Ariete giunti tra le polemiche a Nassiriya nei giorni scorsi
NASSIRIYA - «Si guida sdraiati, come una macchina da Formula 1. E' la Ferrari dei mezzi corrazzati». A parlarci, sembra che questo tenente ventiseienne di Lecce non abbia mai desiderato fare altro in vita sua, anche se guidare un carro armato da 53 tonnellate a prima vista non sembra un mestiere allettante. Eppure Lorenzo Mangia ne è proprio entusiasta.
Il tenente carrista Mangia è il comandante del plotone dei carri Ariete giunti a Nassiriya nei giorni scorsi, preceduti da mille polemiche sulla missione di pace fatta con i carri armati e con i cannoni. Polemiche nelle quali, ovviamente, il giovane ufficiale non vuole entrare. «Quello che posso dire - afferma il tenente, parlando con l'Ansa - è che l'Ariete è la prima volta che esce dall'Italia per una missione. E il fatto che sia capitato a noi, al mio plotone, ci rende orgogliosi, fieri e onorati. Tutto il resto non ci riguarda».
Misura le parole il tenente Mangia. Ufficiale d'accademia, dalla quale è uscito nel 2001 già con la specialità di carrista, è stato assegnato a Tauriano (Pordenone): 32/o Reggimento carri, 3/o Battaglione, 1/a Compagnia 'Leoni di Bardià, in memoria della battaglia in Africa settentrionale in cui 13 carri armati, e i loro equipaggi, furono annientati durante la Seconda guerra mondiale. «Li comandava il tenente Castellano e a lui è intitolato uno dei nostri Ariete», spiega Mangia, che conosce tutto di quell'episodio. «Ognuno di loro - dice 'loro' come se si trattasse di persone viventi, di amici suoi - ha il nome di uno dei nostri eroi morti in guerra».
Il tenente ("come tutti i carristi") è fortemente attaccato al mezzo che gli è stato assegnato e, in questo caso, a tutti quelli del suo plotone. Ne descrive le caratteristiche, la potenza di fuoco del cannone da 120 millimetri, l'agilità - nonostante l'enorme stazza - che lo rendono impiegabile in quasi ogni contesto. E si vede che avrebbe voglia anche adesso di mettersi ai comandi e di farsi un giretto. «E comunque la mia speranza, come credo quella di tutti - dice Mangia - è che non ci sia la necessità di impiegare l'Ariete e che tutto continui così, in modo tranquillo. Anche perchè questo vuol dire che l'obiettivo della nostra missione, che è una missione di pace, si sta realizzando».
L'utilizzo di questo mezzo, così come quello dei Dardo, i veicoli corrazzati, è previsto solo in caso di «effettiva necessità»: in linea di massima, si dovrebbe ricorrere agli Ariete per riportare la calma in una situazione pesante, come quelle già vissute ad aprile e a metà maggio dai militari italiani. Il tenente Mangia auspica che quegli incidenti non si ripetano e, comunqe, spiega che il carro armato può essere utile anche come semplice deterrenza: «E' enorme e incute paura. Spesso basta soltanto questo per far scappare i cattivi. Con i Leopard, in Kosovo, è andata così. Comunque noi siamo calmi e motivati. Faremo quello che c'è da fare».
I carri armati Ariete sono arrivati a Nassiriya in due scaglioni, il 19 e il 21 giugno. Erano partiti circa due settimane e mezzo prima dal porto di Monfalcone, dove erano stati imbarcati e avevano raggiunto il Kuwait. Poi, via terra, su mezzi gommati, hanno raggiunto Camp Mittica, il quartier generale dell'Italian task force. Adesso stanno parcheggiati in un'apposita area, dove ogni tanto vengono messi in moto e sottoposti alla manutenzione ordinaria. I carristi - che saltano all'occhio per la tuta verde, ignifuga, che quasi sempre indossano rispetto alla normale mimetica - li vedi a tutte le ore, sotto il sole, armeggiare attorno, sopra e dentro gli Ariete. «Sono i controlli giornalieri che facciamo anche in Italia. Ognuno è responsabile del suo carro e tra noi c'è quasi una gara per chi ce l'ha più pulito e efficiente».
Vincenzo Sinapi

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