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Saddam: «Io sono il Presidente dell'Iraq, Bush un criminale»

Il più potente dittatore mai giudicato al mondo, è comparso davanti a un magistrato perchè gli notificasse i sette reati contestati
BAGHDAD - Dimagrito, invecchiato, ma non piegato dai sei mesi e mezzo di prigionia: «Io sono il presidente dell'Iraq... chi siete voi?». Saddam Hussein, il più potente dittatore mai giudicato al mondo, è comparso oggi davanti a un magistrato perchè gli notificasse i sette reati contestati, il primo passo verso un processo che si terrà al più presto fra mesi.
In una Baghdad che non ha mai visto tante forze di sicurezza per le strade e per i cieli, Saddam è atterrato nella tarda mattinata con un elicottero alla base americana Camp Victory. Era il suo Palazzo nella parte sud occidentale della capitale. Vicino c'è un lago per pescare, boschi per cacciare. Il figlio Quday, ucciso dagli americani con il fratello, ci faceva i festini. Trasferito in catene e manette su un bus blindato, è arrivato all'edificio che ospita temporaneamente il tribunale, scortato da quattro humvee e da un'ambulanza. Con lui, altri undici gerarchi del defunto regime, incluso il vicepremier Tareq Aziz e Ali il Chimico, il cugino accusato della morte per gas di 5.000 curdi a Halabja. Prima di entrare davanti al giudice, accompagnato da guardie irachene, gli sono state tolte le catene.
Aspetto curato, capelli corti neri, baffi e barba brizzolata ma ben modellata - che tanto ha sorpreso gli iracheni - giacca grigia gessata, pantaloni marroni, camicia bianca linda, senza cravatta, e scarpe lucidissime nere, Saddam ha dato le sue generalità: «Saddam Hussein, presidente dell'Iraq», e un brivido è corso lungo la schiena degli iracheni presenti e poi dei milioni che si sono fermati dal lavoro, che hanno dimenticato ogni altra attività per vedere dagli schermi televisivi le immagini dell'uomo per 35 anni il loro sovrano assoluto, le cui parole erano la sola legge. Centinaia di migliaia, forse un milione, di iracheni sono stati torturati, uccisi, eliminati, senza pietà, senza ripensamenti. E non c'era traccia di pentimento nello sguardo, a volte perso, a volte vivacissimo. «Questa è una corte fatta da una forza di occupazione... io non firmo niente senza il mio avvocato», ha detto, puntando il dito contro il giudice. Un magistrato, un noto avvocato della capitale, ripreso di spalle dalle quattro televisioni autorizzate all'interno dell'aula spoglia. Un nome da mantenere segreto, chi processa il rais è minacciato di morte.
«Chi siete voi? Cos'è questa corte? Sotto quale giurisdizione? Io sono il presidente dell'Iraq. ... Questo è un teatrino, il vero criminale è George Bush... è un essere ignobile», ha detto Saddam. Ma ha ascoltato in silenzio i reati contestati per i quali rischia la pena di morte, l'uccisione di rivali politici e religiosi, lo sterminio dei curdi, la repressione degli sciiti e l'invasione del Kuwait. E su questo si è scaldato, ha ripreso vivacità, ha alzato la voce e agitando la mano destra: «Io, il rais, il comandante supremo delle forze armate... l'ho fatto per l'Iraq come potete difendere quei cani? (del Kuwait)... volevano far crollare il prezzo del petrolio e comprare le nostre donne per 10 dollari». Il giudice con calma lo ha invitato al rispetto della Corte.
Il massacro dei curdi a Halabja nel 1988, lo ha liquidato velocemente: «si dice che sia avvenuto sotto la mia presidenza... l'ho appreso dai media». Ai giudici che gli chiedevano se avesse nominato un avvocato o se, in caso di difficoltà economiche, ne volesse uno d'ufficio, Saddam ha fatto un mezzo sorriso: «Gli americani dicono che ho milioni a Ginevra ...».
L'udienza è durata 30 minuti. Saddam ha chiesto se fosse finito e alla risposta affermativa ha detto 'Halas' (finalmente, in arabo) e si è alzato. Rimesse le catene, è stato riportato nel carcere, nella base militare di Camp Cropper, dove è detenuto dagli americani dalla cattura il 13 dicembre. Era «teso, confuso e distratto», dice uno psichiatra, Abdullah Aziz, 48 anni, che legge nel gesticolare delle mani una profonda tensione interna. Ha visto il video, censurato dagli americani e solo parzialmente con il sonoro, su un televisore nel suo ospedale. «E' dimagrito, ma sta bene. E' arrogante, come sempre, non si merita un processo giusto», sostiene la dottoressa Abir Ahmed, 37 anni. «Io simpatizzo con lui, è una vergogna per noi iracheni», dice un uomo che non vuole dare il suo nome. «E' ancora lo stesso Saddam, bravo», dice un altro.
Nella sede del partito Dawa, il principale partito sciita, stanno preparando tutti i documenti: «Abbiamo la condanna a morte firmata da Saddam il 31 marzo 1980 contro tutti i membri del Partito, la porteremo al Tribunale», ha detto il portavoce, Khubair Jafar el Qusay. «Siamo un partito di pace, ma Saddam si merita la pena di capitale». E per la condanna a morte è anche Pascale Icho, ministro per i profughi, curda, cristiana caldea. Mentre il leader curdo Jalal Talabani si dice contrario. Un'inchiesta condotta da una radio popolare ha indicato che il 45 per cento degli interpellati lo vuole morto, ma per il 44 per cento deve essere lasciato libero.
Gli avvocati, indicati dalla moglie in Giordania, hanno denunciato l'illegalità del procedimento. Analisti politici notano errori forse per inesperienza o forse per fretta. «E' sembrato a tutti gli effetti l'inizio del processo, con Saddam che si difendeva e su questo il mondo arabo farà leva per dimostrare come sia tutta una farsa», dice un giurista occidentale.
Invece è solo un primo piccolo passo. Per il processo, ha detto il primo ministro Ayad Allawi, ci vorranno «mesi». Dopo l'ex dittatore, sono comparsi davanti al giudice gli altri undici gerarchi. Ma oggi è stato il giorno di Saddam.
Barbara Alighiero

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