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Bruxelles - «No al velo islamico»

La Corte europea per i diritti dell' Uomo ha riconosciuto il divieto all'uso del velo nell'Università di Istanbul: «Non è un diritto dell'uomo». Viola la laicità dello Stato
BRUXELLES - La Corte europea per i diritti dell' Uomo ha riconosciuto il divieto al velo islamico adottato dall'Università di Istanbul. Secondo la Corte la decisione dell' ateneo turco è giustificata perché basata su due principi, quello della laicità e quello dell'eguaglianza che «si rinforzano e si complementano a vicenda».
I giudici hanno stabilito all' unanimità che nel caso di Leyla Sahin, all'epoca studentessa di medicina, non ci sia stata violazione dell'articolo 9 della Convenzione europea sui diritti umani, che riguarda la libertà di pensiero, di coscienza e di religione.
Il ricorso fa riferimento al marzo 1998 quando a Leyla Sahin, all'epoca al quinto anno di medicina, fu rifiutato l'accesso ad un esame scritto perché indossava il velo. In seguito, per lo stesso motivo, le autorità dell'Università le rifiutarono l'iscrizione ad un corso e non le consentirono l'accesso a varie lezioni. Il mese prima l'Università aveva diffuso una circolare nella quale si stabiliva che uomini con barba e donne con velo islamico non avrebbero potuto partecipare alle lezioni e ai corsi.

La Corte ha così respinto la tesi presentata da Leyla Sahin secondo la quale il divieto imposto dall'Università al velo islamico, oltre ad essere una violazione dell'articolo 9 della Convenzione sui diritti dell'Uomo, obbligava anche ad una scelta fra educazione e religione e rappresentava una discriminazione fra credenti e non.
Per gli stessi motivi è stato presentato un altro ricorso alla Corte da parte di una allieva infermiera, sempre turca. Zeynep Tekin era stata sospesa per quindici giorni perché scoperta più volte ad indossare il velo islamico in violazione di una circolare del 1988 che stabiliva l'obbligo per le allieve ad indossare copricapo regolamentari durante l'addestramento clinico. Questo secondo ricorso però è stato ritirato dalla sua presentatrice.
Per quanto riguarda il primo caso, i giudici hanno riconosciuto come la circolare dell'Università di Istanbul sul velo rappresentasse per la studentessa «una interferenza nel diritto di manifestare la sua religione». Una interferenza, ha però stabilito la Corte, la cui «necessità» era ispirata proprio al principio di laicità e di eguaglianza. La disposizione contestata, secondo i giudici di Strasburgo, aveva soprattutto come obiettivo «legittimo quello di proteggere i diritti e la libertà di altri e di proteggere l'ordine pubblico» e le misure prese per applicarla «erano giustificate in via di principio e proporzionali agli obiettivi prefissati» e quindi potevano essere considerate «necessarie in una società democratica».

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