Venerdì 24 Settembre 2021 | 11:52

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«Uccideremo Allawi» In Iraq sempre più violenza

Messaggio del capo di Al Qaida in Iraq, Abu Musab al Zarqawi. Violenze intensificate in vista del termine del passaggio di consegne agli iracheni.
• Il governo provvisorio iracheno chiede assistenza alla Nato
• Iran, liberati domani gli 8 marinai inglesi
• Un'ennesima bomba contro gli Usa fa morti fra gli iracheni
• Iraq - Decapitato ostaggio sudcoreano
Abu Musab al Zarqawi, capo di Al Qaida in Iraq BAGHDAD - Il giorno dopo aver decapitato un ostaggio coreano, lo stesso gruppo fondamentalista islamico minaccia di assassinare il primo ministro ad interim iracheno Ayad Allawi. «Abbiamo trovato per te un veleno utile e una spada sicura», dice una voce registrata, attribuita al giordano Abu Musab al Zarqawi, e trasmessa su un sito Internet islamico. «Continueremo la nostra missione fino all'ultimo», aggiunge, riferendosi all'obbiettivo di uccidere Allawi, il primo ministro che si trova a gestire uno dei più strani, complessi e in gran parte solo formali passaggi di sovranità della storia.
Il suo governo, scelto da un inviato dell'Onu in consultazioni con gli Stati Uniti e iracheni, giurerà dopo che l'occupazione guidata dagli Usa terminerà ufficialmente fra una settimana. Non è possibile verificare l'autenticità della voce del nastro, reso pubblico ore dopo che gli americani hanno lanciato un attacco su un presunto covo di terroristi di al Zarqawi a Falluja, il feudo della guerriglia, a 50 chilometri a ovest di Baghdad, già colpito la scorsa settimana. Cinque persone sono morte, gli iracheni sostengono che fossero civili.
E come previsto la violenza continua colpendo ciecamente chiunque. Oggi a Baghdad è stato il turno di una giovane donna, sposata da una settimana. E' morta quando l'esplosione di una bomba ha investito nel centro della città il taxi, guidato dal marito che la stava accompagnando al lavoro. Anche un bambino che passava accanto è rimasto ucciso.
A Seul il presidente sudcoreano Roh Moo-hyun ha denunciato l'assassinio di Kim Sun Il, 33 anni, un arabista che sognava di cristianizzare il mondo arabo, rapito il 17 giugno e decapitato ieri dopo il rifiuto del suo governo di rinunciare all'invio di altri 3.000 soldati in Iraq. La Corea del sud è già presente con 670.
Le immagini tragiche dei genitori nella piccola casa di Pusan nella Corea del sud, si alternano sulle televisioni del mondo a quelle dell'ostaggio che piange chiedendo salva la vita e di lui, silenzioso, seduto a terra, circondato dai suoi esecutori che ascolta la condanna a morte.
«Quelli non sono iracheni e non sono neanche dei musulmani», dice il professor Hamid Shahib, che esprime lo sdegno comune fra la gente a Baghdad. «La resistenza all'occupazione è legittima, ma uccidere un innocente, un civile, un ostaggio viola qualsiasi norma o religione», aggiunge. «Dobbiamo lottare, tutti insieme, contro simili crimini», dice Abu Khusai, di un'organizzazione per i diritti umani. «Gli animali si sgozzano, non gli uomini», afferma Ahmed Mohammed, rivenditore di ricambi.

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