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Iraq - Dal G8 le linee guida all'Onu

Potere rapidamente nelle mani degli iracheni ma, come dice Frattini, «dare sette giorni» all'Onu per varare una nuova risoluzione «è una irresponsabilità totale»
Iraq - Dal G8 le linee guida all'Onu
WASHINGTON - Dalla riunione dei ministri degli esteri dei Paesi del G8, a Washington, emerge, «forse per la prima volta» - osserva l'italiano Franco Frattini - «una condivisione» di linee guida per una soluzione Onu della crisi irachena.
Un dato significativo, perchè, fra i partecipanti, vi sono tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (tranne la Cina), più la Germania che ne fa attualmente parte, e due Paesi, l'Italia e il Giappone, fortemente impegnati sul terreno.
Le indicazioni di Washington andranno ora verificate lungo un percorso politico e diplomatico che passa per una serie di incontri bilaterali (il presidente americano George W. Bush e il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi si vedranno due volte) e sfocia nel Vertice del G8 a Sea Island, al largo della Georgia, dall'8 al 10 giugno.
Fra i Grandi, l'Italia - fa sapere Frattini - «lavora con convinzione» perchè il coinvolgimento dell'Onu in Iraq e il passaggio dei poteri effettivo dalle forze della coalizione a un governo iracheno «abbia successo».
In questo contesto, «dare sette giorni» all'Onu per varare una nuova risoluzione «è una irresponsabilità totale»: vuol dire «scommettere sul fallimento, mentre l'Italia scommette sul successo e vuole contribuire al successo dell'Onu. Forse è solo una battuta, ma - afferma Frattini - in questa materia le battute vanno evitate».
Nessun Paese del G8, neppure quelli che erano contrari alla guerra, come Russia, Francia e Germania, ha, oggi, una posizione del genere - riferisce il ministro -, perchè la stesura della nuova risoluzione richiederà «una riflessione approfondita». E' ragionevole pensare, a conti fatti, che un testo sia pronto dopo il Vertice del G8.
L'Iraq, di cui i ministri hanno parlato a porte chiuse, e il progetto collegato di Grande Medio Oriente sono stati i temi principali del consulto fra gli Otto, concordi sul principio già messo a fuoco dai ministri degli esteri europei, che, indipendentemente dal giudizio sul passato, «dobbiamo guardare al futuro, dobbiamo cercare una soluzione per garantire che il potere passi rapidamente nelle mani di un governo iracheno».
Per Frattini quella di Washington è stata «una riflessione molto costruttiva. Tutti siamo coinvinti che una soluzione deve essere trovata e qualcuno, come il tedesco Joschka Fischer, ha detto in modo esplicito che "failure is not an option", che il fallimento non è un'opzione: è una percezione condivisa».
Le linee guida ora abbozzate della futura risoluzione sono state per la prima volta oggetto di analisi comune. Tre i concetti che emergono:
1 - Il documento conterrà un esplicito «endorsement», avallo, del nuovo governo iracheno interinale, che l'inviato dell'Onu in Iraq Lakhdar Brahimi sta costituendo e che tutti pensano potrà presentare entro la fine del mese. L'esecutivo avrà, dunque, «esplicito riconoscimento e formale legittimazione» del Consiglio di Sicurezza: è compito di Brahimi che sia formato da persone «autorevoli e considerate autorevoli dagli iracheni», applicando il principio dell' 'ownership', cioè una collaborazione non imposta ma condivisa.
2 - La nuova risoluzione indicherà un percorso verso la democratizzazione dell'Iraq. Dopo il passaggio dei poteri, il 30 giugno, dalla Autorità provvisoria della coalizione (Cpa), che sarà sciolta, al governo interinale, verrà pure costituita un' assemblea nazionale interirachena molto ampia e rappresentativa di tutte le componenti etniche, religiose e politiche, che dovrà accompagnare l'attività del governo fino al gennaio del 2005.
Allora, sarà eletta un'assemblea rappresentativa che guiderà il Paese fino alle elezioni, da farsi nel corso del 2005: sarà il primo atto di legittimazione politica del nuovo Iraq. Dall'assemblea rappresentativa, scaturirà un governo transitorio, il primo legittimato da un voto.
Ma solo dalle elezioni politiche vere e proprie, uscirà, poi, il nuovo governo iracheno democraticamente scelto.
3 - Il trasferimento dei poteri al governo interinale, e poi a maggior ragione a quello transitorio, sarà effettivo.
L'esecutivo interinale avrà poteri che riguarderanno tutti i settori di competenza di un normale governo: il ministro dell' interno avrà il controllo delle forze di sicurezza, il ministro della difesa quello delle forze armate e così via.
Col passaggio dei poteri, le decisioni spettano al governo: ad esempio, la gestione delle risorse petrolifere; o la gestione della ricostruzione, dando alla Banca mondiale un interlocutore col potere di assumere crediti e d'indebitarsi e di utilizzare i fondi confluiti nel "fondo Iraq".
Il governo dovrà anche definire le misure più opportune per il controllo del territorio. E' un passaggio delicato, ma tutti gli Otto ritengono sia la strada giusta: si forma, con un mandato dell'Onu sostitutivo di quello della risoluzione 1511, che marca «il cambio di passo», una forza internazionale, che avrà compiti generali; e ci sarà pure una struttura specifica per la protezione del personale dell'Onu. «Appare gradito a tutti - spiega Frattini - che essa abbia una sua autonomia».
C'è il problema di come coordinare l'esercito iracheno con la forza multinazionale. «La discussione è aperta: la via che sembra migliore è quella di prevedere che il nuovo governo possa fare accordi per invitare o non invitare truppe esistenti o altre a rimanere o ad andarsene».
Il ministro insiste sulla «assoluta discontinuità rispetto al passato»: «Cessa l'occupazione e chi rimane sul terreno è invitato dal governo iracheno. Se non saremo invitati, o saremo invitati ad andarcene, lasceremo il Paese: questo è chiaro, è l'effetto della sovranità».
Se il governo interinale deciderà di invitare forze sul proprio territorio, potrà regolare i rapporti con esse in vario modo. Un'idea, ma è solo un esempio, è che le forze irachene si concentrino nelle città e quelle non irachene fuori, nelle basi, intervenendo a richiesta degli iracheni, ove occorra. Così, nota Frattini, «le competenze sarebbero regolate territorialmente».
Giampiero Gramaglia

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