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Stragi in Thailandia tra islamici e polizia

Terroristi islamici hanno attaccato vari posti di polizia e le forze dell'ordine hanno compiuto per ritorsione un raid in una moschea dove alcuni manifestati si erano rifugiati, centinaia i morti
BANGKOK, 28 aprile 2004 - Centododici morti - 107 giovani musulmani e cinque uomini delle forze dell'ordine - sono stati provocati stamattina (la notte scorsa in Italia) nel sud della Thailandia da attacchi compiuti da gruppi di islamici contro posti di polizia, e successivamente da un raid di militari e agenti a una moschea in cui una parte dei giovani si erano poi rifugiati. Cinque le vittime tra le forze dell'ordine, secondo fonti ufficiali. Diciassette gli attaccanti arrestati.
Decine di musulmani (tutti giovanissimi, adolescenti secondo alcune fonti) hanno attaccato alle 05:30 locali (le 00:30 italiane), molti a mani nude, altri armati di coltelli, machete e qualche arma da fuoco una decina di posti di polizia nelle province di Yala, Pattani e Songkhya nel sud musulmano, e povero, del paese a maggioranza buddhista, vicino al confine con la Malaysia.
La polizia ha reagito, e la disparità di armamento ha determinato una strage trai giovani attaccanti (75 dato definitivo), e cinque morti (tre poliziotti e due soldati) tra le forze dell'ordine.
Alcune decine di giovani, sfuggiti alla reazione della polizia, si sono rifugiati in una moschea di Pattani: la polizia, dopo aver circondato il luogo di culto, ha attaccato uccidendo 32 giovani, hanno detto fonti militari thailandesi.
Prima dell'attacco alla moschea le tv locali hanno mostrato immagini di corpi insanguinati. Gli attaccanti erano vestiti di nero o di grigio, molti avevano in testa una fascia rossa o bianca, come in segno di appartenenza a una qualche organizzazione. Almeno due delle vittime avevano indosso una maglietta con scritte in arabo e la sigla JI, che potrebbe essere un riferimento alla Jamaa Islamiha, la misteriosa organizzazione terroristica cui sono attribuiti molti sanguinosi attentati nel sud est asiatico, e che vuole costruire uno stato islamico in quella parte del mondo.

Nella giornata più insanguinata conosciuta dal sud musulmano della Thailandia, che vive dallo scorso gennaio violenze praticamente quotidiane, sono diverse le interpretazioni date dalle diverse autorità, e dagli osservatori. Il primo ministro Thaksin Shinawatra esclude moventi politici e continua a parlare di bande di gangster il cui solo scopo sarebbe quello di procurarsi armi per poi rivenderle: i banditi sfrutterebbero il malcontento dei giovani musulmani, che parlano malaysiano e che si sentono emarginati.
I vertici militari tra cui il vicedirettore dell'International Security Command generale Panlop Pinmanee attribuisce gli attacchi a «separatisti addestrati alla guerriglia dal Brn e dal Pulo», due movimenti storici locali, il Barisi Revolusi National e ia Pattani United Liberation Organisation.
Il governatore di Yala (una delle province in cui erano le postazioni attaccate) Boonyasidh Suwannarat afferma che la modalità degli attacchi dimostrano addestramento e sicurezza di sé.
Molti osservatori e analisti sottolineano che il modo in cui i giovani hanno compiuto gli attacchi, pressoché disarmati ma coordinati tra loro, dimostrerebbe due cose: che non erano semplici banditi, ma che piuttosto erano stati spinti da un credo religioso o politico (sarebbero quindi separatisti). E che, allo stesso tempo, erano evidentemente bene addestrati. Da chi, resta da valutare.

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