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Parlare di guerra tra toghe è decisamente troppo, ma che il capo della Procura di Matera chieda di processare il numero due della Procura di Potenza, un Gip dello stesso Tribunale e tre componenti del Collegio penale del capoluogo di regione certamente rappresenta una situazione insolita. e delicata.

Eppure oggi al Tribunale di Catanzaro sarà discussa proprio l’opposizione alla richiesta di archiviazione contro i cinque magistrati potentini (il Pm Laura Triassi, il Gip Amerigo Palma e i giudicanti Aldo Gubitosi, Francesco Rossini e Natalia Catena, ora trasferitasi nel Lazio) presentata dal Procuratore Capo di Matera Piero Argentino. Era stato lo stesso Argentino, con un esposto, a chiedere ai giudici calabresi di valutare l’operato dei colleghi potentini in relazione a un procedimento che lo aveva visto prima testimone e poi indagato nel 2014 quando era Procuratore aggiunto a Taranto (e perciò sottoposto alla giurisdizione del Tribunale lucano) e, a fronte di una richiesta di archiviazione dei Pm calabresi Vincenzo Capomolla e Vito Valerio, ha chiesto al Gip catanzarese di formulare l’imputazione coattiva o, almeno di effettuare altri accertamenti.

Tutto nasce dal procedimento a carico del Pm Tarantino Matteo Paolo Di Giorgio condannato in via definitiva a 8 anni di carcere per l’accusa di aver abusato della toga per interferire nella vita politica di Castellaneta Marina. Argentino venne sentito come testimone dal collegio penale a febbraio del 2014, ma quando nel successivo aprile il tribunale pronunciò la sentenza dispose la trasmissione degli atti alla procura per un’ipotesi di reato di falsa testimonianza a carico di Argentino e un’altra persona. A quel punto fu lo stesso Argentino a sollecitare l’avvio di un fascicolo che si concluse con una richiesta di archiviazione formulata dal Pm Triassi, accolta dal Gip Palma, ritenendo non veritiere alcune dichiarazioni, ma basandosi sul fatto che facendo diversamente Argentino avrebbe dovuto fare una «pacifica ammissione di aver, sia pur nel lontano 2006, ingiustamente accusato» una persona e «non è punibile per il delitto di falsa testimonianza, in forza dell’esimente di cui all’art. 384 comma primo del codice penale, il testimone che, come nella specie, abbia reso false dichiarazioni al fine di sottrarsi al pericolo di essere incriminato per un reato commesso in precedenza e in ordine al quale, al momento in cui è stato ascoltato, non vi erano indizi di colpevolezza a suo carico».

Una serie di fatti da cui il Procuratore di Matera si è sentito leso. Leso dalla decisione del Tribunale di trasmettere gli atti alla Procura senza approfondire alcuni fatti, lamentando un’ipotesi di abuso d’ufficio e calunnia. Ancora censurava sia la richiesta di archiviazione, che sarebbe stata strumentalmente basata sull’esimente dell’art. 384, che il relativo dispositivo del Gip fatto su un modello prestampato, avallando integralmente la richiesta del Pm, peraltro nello stesso giorno della richiesta, fatti per i quali avrebbe lamentato un abuso d’ufficio.

Ma per i Pm calabresi l’esito delle indagini non avrebbe consentito di riscontrar la sussistenza dei reati, sia sotto il profilo materiale quanto per gli insufficienti riscontri in ordine alla ricorrenza dell’elemento psicologicamente normativamente richiesto.
Pur ritenendo analitiche e condivisibili le incongruenze di merito segnalate da Argentino per ciò che riguarda il Collegio penale, mancherebbero gli elementi anche solo minimamente sintomatici di una volontà di orientar la decisione in danno di Argentino. La vicenda, insomma, sarebbe stata molto complessa e per integrare la calunnia è necessaria una piena consapevolezza dell’innocenza dell’incolpato, cosa che non sarebbe stato ravvisato nella condotta dei giudici potentini.
Allo stesso modo, per la Procura catanzarese non ci sarebbe reato nella condotta della Pm Triassi che, condividendo la ricostruzione di non credibilità di argentino, sulla base di un convincimento fattuale e giuridico, sia pure ritenuto non condivisibile, aveva ritenuto applicabile l’esimente per Argentino. Anche perché per i Pm calabresi non ci sono elementi tali da far ritenere una volontarietà nel fare un danno ingiusto al collega all’epoca di Taranto o un vantaggio patrimoniale a terzi. E ugualmente nessuna volontà di arrecare danno ad Argentino ci sarebbe nella decisione con cui il Gip ha disposto l’archiviazione.

Il Procuratore di Matera e il suo legale, il prof. Luigi Fornari, insistono invece perché il fascicolo non vada in archivio e con una lunga memoria che ripercorre passo per passo gli sviluppi del procedimento «madre», chiedono la formulazione dell'imputazione o di imporre ai Pm nuove indagini.
In particolare, per quel che riguarda il collegio, lamentano come non sia stato dato il previsto (da procedura) avviso al testimone Argentino sulla presunta contraddittorietà delle sue dichiarazioni poi giudicate in sentenza in «stridente contrasto» con quelle di un altro testimone. Inoltre Argentino e il suo legale espongono una serie di elementi a riprova della verità di quanto affermato che, a loro avviso, il Collegio penale potentino ha dolosamente voluto ignorare arrivando a giudicar alcuni passaggi difficilmente comprensibili «se non tenendo presente la malafede dei componenti del Collegio».
Allo stesso modo chiede imputazione coattiva e, in subordine, ulteriori indagini per la Pm Triassi e il Gip Palma. E a supporto delle accuse nei loro confronti, oltre alla ricostruzione degli elementi del procedimento «madre», fa riferimento a una registrazione di un colloqui tra due persone interessate dal procedimento principale. Persone che a aprile del 2015 già conoscerebbero l’esistenza del decreto di archiviazione nei confronti di Argentino, che dicono di sapere che «doveva essere fatto subito» che parlano di un ufficiale minacciato dal Pm, che a giugno conoscono il contenuto del decreto di archiviazione e che addirittura ad agosto ne saranno in possesso, sapendo che la richiesta di non archiviare presentata da Argentino è stata rigettata e che così l’allora sostituto di Taranti sarebbe stato fregato perché sottoposto a procedimento disciplinare e quindi destinato ad essere escluso dalla corsa a Procuratore capo di Matera.

Ora la palla passa al Gip di Matera. Sarà lui, dopo aver sentito le parti, a decidere cosa fare: scrivere definitivamente la parola fine (salvo ulteriori azioni) o approfondire ulteriormente, con indagini o col dibattimento, la vicenda. Questo sotto il profilo giudiziario. Perché da un punto di vista «ambientale» tra le toghe dello stesso distretto di Corte d’Appello, la vicenda appare se possibile ancora più difficilmente componibile.

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