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nel ventre della città moderna

Matera sotterranea
una «grande bellezza» sepolta

Due disegnatori, Enzo Viti e Teresa Lupo, svelano i risultati delle loro ricerche

Matera sotterraneauna «grande bellezza» sepolta

EMILIO OLIVA

Matera sotterranea. Una grande bellezza sepolta da tonnellate di terra. La città millenaria, una delle più antiche del mondo, per essere stata abitata ininterrottamente dal Neolitico, non finisce di stupire. Altre meraviglie sono nascoste sotto le strade dello struscio. È un pezzo di Matera che è stato sepolto a strati in seguito alle trasformazioni che l’abitato ha avuto nel corso di secoli. La groviera che si trova nella pancia della città moderna è stata studiata a fondo da due tecnici materani, Enzo Viti e Teresa Lupo, disegnatori, che hanno ricostruito in una cartografia, piantine e disegni una trama di case, opifici, luoghi di culto, rifugi di guerra.

«Abbiamo seguito idealmente l’itinerario del passeggio dei materani, da Palazzo Lanfranchi, in via Ridola, a Palazzo Miccolis, in via XX Settembre, considerando però tutto ciò che si trova un livello più sotto l’attuale quota del piano di calpestìo», precisa Viti. Questo itinerario, lungo quasi un chilometro, è stato ricostruito dettagliatamente in una piantina di tre metri per uno e mezzo. L’elaborato e il resto della cartografia fanno parte di uno studio che vedrà la luce con una pubblicazione. «Molto probabilmente si intitolerà “Matera sepolta”, proprio perché quello che ci siamo approssimati a studiare – anticpa Teresa Lupo – era qualcosa che era finita nel dimenticatoio». Il materiale raccolto è sterminato e comprende migliaia di fotografie, piantine, disegni e documenti. «Non potevamo andare avanti all’infinito e abbiamo deciso di limitare lo studio all’itinerario che congiunge Palazzo Lanfranchi a Palazzo Miccolis, con una diramazione di 500 metri da piazza Vittorio Veneto verso via San Biagio e via Santa Cesarea», precisa la disegnatrice.

Nel 2016 Enzo Viti e Teresa Lupo furono incaricati di aggiornare il rilievo degli ipogei di piazza Vittorio Veneto elaborato dallo stesso Viti nel 1991. «Oltre a quel lavoro avevamo mappato altri luoghi sparsi a macchia di leopardo, come ad esempio l’ipogeo Matera Sum, una ventina di proprietà private, tra cantine e opifici, dislocati in via San Biagio, via del Corso e via Ridola, palombari di cui non si conosce l’esistenza, rifugi di guerra che portano incisa nella roccia la data 1943. Nell’archivio personale di Enzo abbiamo anche ritrovato un vecchio rilievo realizzato da suo padre all’epoca della costruzione dell’edificio del Banco di Napoli», spiega Teresa Lupo. «Una volta consci del valore di tutto questo materiale in nostro possesso – continua la disegnatrice – abbiamo deciso di “cucirlo” come tanti lembi di stoffa fino a ricavarne un unico telo con una trama sorprendente. Abbiamo cominciato a individuare il numero civico corrispondente agli ipogei e ad andare casa per casa a spiegare le finalità del nostro lavoro», ricorda Teresa Lupo. In molti casi i proprietari non sapevano neanche dell’esistenza degli ipogei e del loro valore. «Per convincerli – rivela Viti – spiegavamo che vivevano al centro di una groviera senza sapere chi c’era sopra, chi c’era sotto, chi c’era davanti, chi c’era di dietro e chi c’era di lato. Questo li ha entusiasmati ed è stato così che ci hanno aperto le porte».

Le indagini sono state numerose. «Attraverso piccoli buchi e scavi abbiamo esplorato le cavità. In alcuni ipogei – racconta Viti – ci siamo calati dall’alto, fino a 12-13 metri di profondità. In diversi casi ci hanno aiutato speleologi del gruppo Cars di Altamura, che ci hanno imbragato e ci hanno accompagnato nella discesa e nella risalita».

Ogni esplorazione è stata collegata e ha permesso di rivelare per intero il volto del primo livello ipogeo dell’area presa in esame. «Abbiamo trovato concerie, trappeti, ovvero i vecchi frantoi, cantine, una stazione di posta che accoglieva quaranta cavalli, foggiali, antiche sepolture, pozzi, cisterne», svela Teresa Lupo. Molto interessante è la ricostruzione completa dell’antico vico Fossi. È un segmento della città sotterranea che si estendeva nella parte sottostante compresa tra porta Pepice e porta Giumella, ovvero tra le attuali via delle Beccherie e via San Francesco d’Assisi, e sfruttava il letto del fossato o del grabiglione che cingeva la città fuori le mura. «Fu quasi sicuramente l’ultimo fossato ad essere stato colmato ai primi del ‘900, intorno al 1937, come i tre fossati esistenti sotto piazza Vittorio Veneto lo furono un secolo prima, nell’800», dice Teresa Lupo. A vico Fossi si accedeva da via degli Scarpari, che non esiste più, al limite di Palazzo Sinatra, al cui posto è sorto l’edificio dell’ex Upim, e passando quello che una volta era Palazzo Pascarelli, abbattuto per far posto all’ex Banca popolare del Materano, si giungeva a Porta Giumella. Ma a vico Fossi si poteva accedere anche da corso Umberto I, l’attuale via del Corso, da via della Cupa, sepolta sotto l’attuale via Volta, o dalla stretta di Silvano, corrispondente a via Scotellaro, un budello al coperto chiamato così per la presenza dello studio del fotografo Silvano.

In vico Fossi 15 è stata individuata, svuotata da terra e detriti e recuperata la cantina di Arturo Cuscianna. «Qui – chiosa Viti – siamo entrati letteralmente sdraiati e per uscire Teresa mi ha dovuto afferrare dai piedi». In vico Fossi 38 è stata recuperata la cantina di Giovanni Padula. «Cose interessantissime, di una bellezza inaudita», osserva Viti. Ma il vero gioiello è un’antica chiesa rupestre, la chiesa di Santa Croce, ubicata nella zona sottostante l’albergo Italia, e colma di terra. «Ho fatto di tutto per entrarci. Sono arrivato a pochi metri. In occasione di lavori eseguiti in diversi anni – evidenzia Viti – ho cercato di convincere gli amministratori dell’epoca a svuotarla perché avere una chiesa rupestre affrescata, in pieno centro, sarebbe il massimo. Che fosse affrescata, oltre a dirlo libri di storia cittadina, sono alcune testimonianze. Quando ci ho lavorato lì la prima volta erano ancora in vita le sorelle Pizzilli, che mi raccontarono che per recuperare un gatto, attraverso una cavità, avevano visto delle cripte con affreschi. Insieme al geometra Luciano Capriotti, del Genio Civile, che seguiva i lavori degli ipogei di piazza San Francesco, una persona squisita, un altro pazzo come me, non essendoci i soldi per pagare gli operai ci mettemmo a spalare la terra. Poi ci dovemmo arrendere. Fu eretto un muro, il cantiere fu chiuso e nessuno dei progettisti volle mai andare oltre». Niente da fare anche con la pavimentazione di via del Corso. «Io sono arrivato a scoprire la croce della chiesa», si rammarica Viti.

Ma il lavoro dei due disegnatori per riportare alla luce la città sotterranea continua. «Ci stiamo costituendo in associazione. Il sito internet di Matera sotterranea è in costruzione – annuncia Teresa Lupo – e contiamo di aprire al più presto il circuito dei luoghi ipogei alle visite, formando una rete attiva fra tutti i luoghi sotterranei della città e delle altre città sotterranee italiane. Inoltre abbiamo intenzione di arricchire questi luoghi ospitandovi mostre, attività culturali, festival musicali ed eventi. Nel frattempo continuiamo a rivolgerci ai privati, ai quali lanciamo un appello, per ispezionare le loro proprietà e valutarne la fruibilità, con l’intenzione di fare rete e creare una sinergia».

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