Dialoghi meridiani
Dov’è finito il Mezzogiorno? Le voci di Nicola Lagioia ed Eugenio Bennato a confronto
La «Questione meridionale» fuori dai radar. Per lo scrittore «Il mito alle nostre latitudini è mutevole e mobile». Per il cantautore: «Mi chiamò Pippo Baudo per portare il Sud a Sanremo. Rifiutai, ma poi mi convinsi e feci bene. All’Ariston risuonò Grande Sud»
02 Marzo 2026
La «Questione meridionale» fuori dai radar. Voci a confronto: torna l'appuntamento con Dialoghi Meridiani. Partecipano al dibattito lo scrittore Nicola Lagioia e il cantautore Eugenio Bennato.
«Il Meridione non muoia in un b&b» Lagioia: rivendicare la forza del nostro immaginario
Nicola Lagioia, barese, scrittore e conduttore radiofonico, già direttore del Salone internazionale del Libro di Torino (2017-2023), il Sud è sparito dall’agenda?
«Dall’agenda politica certamente sì. Direi piuttosto che negli ultimi anni ci si è concentrati sulla questione settentrionale: la parte più ricca del Paese ha rivendicato la libertà di disinteressarsi della parte con meno risorse che, quindi, è stata abbandonata».
«Dall’agenda politica certamente sì. Direi piuttosto che negli ultimi anni ci si è concentrati sulla questione settentrionale: la parte più ricca del Paese ha rivendicato la libertà di disinteressarsi della parte con meno risorse che, quindi, è stata abbandonata».
E fuori dall’agenda politica?
«Qui il discorso cambia radicalmente. Dal punto di vista dell’immaginario il Sud pesa tantissimo: se pensiamo alla letteratura, al cinema, all’arte, alla musica, l’identità italiana è inimmaginabile senza la cultura che si fa da Roma in giù. È un curioso dislivello tra quanto il Sud pesa dal punto di vista politico, cioè pochissimo, e quando invece conta dal punto di vista culturale».
«Qui il discorso cambia radicalmente. Dal punto di vista dell’immaginario il Sud pesa tantissimo: se pensiamo alla letteratura, al cinema, all’arte, alla musica, l’identità italiana è inimmaginabile senza la cultura che si fa da Roma in giù. È un curioso dislivello tra quanto il Sud pesa dal punto di vista politico, cioè pochissimo, e quando invece conta dal punto di vista culturale».
Ma questa presenza così forte nell’immaginario che ricadute ha?
«Purtroppo molto poco anche perché i luoghi della produzione culturale, sia editoriale che cinematografica o musicale, sono quasi tutti a Nord. Al massimo c’è un riverbero dal punto di vista turistico».
«Purtroppo molto poco anche perché i luoghi della produzione culturale, sia editoriale che cinematografica o musicale, sono quasi tutti a Nord. Al massimo c’è un riverbero dal punto di vista turistico».
Al turismo ci arriviamo fra un attimo, prima torniamo alla politica. Il Sud ha visto molte «primavere», vere o presunte, a cominciare da quella pugliese. Che fine hanno fatto?
«La Primavera pugliese è l’unica a non aver fallito, a non essere implosa come era successo per la primavera campana di Bassolino o per quella siciliana nata dal sangue delle stragi di Capaci e via D’Amelio. In questi vent’anni e più noi pugliesi ci siamo tolti dal cono d’ombra in cui eravamo da sempre. La Puglia non esisteva, Domenico Modugno doveva far finta di essere siciliano quando si presentava al Paese».
«La Primavera pugliese è l’unica a non aver fallito, a non essere implosa come era successo per la primavera campana di Bassolino o per quella siciliana nata dal sangue delle stragi di Capaci e via D’Amelio. In questi vent’anni e più noi pugliesi ci siamo tolti dal cono d’ombra in cui eravamo da sempre. La Puglia non esisteva, Domenico Modugno doveva far finta di essere siciliano quando si presentava al Paese».
D’accordo, non ha fallito ma...
«...ma, se posso continuare a utilizzare la metafora stagionale, questa primavera rischia di sfociare in un’estate talmente torrida da bruciare il raccolto».
«...ma, se posso continuare a utilizzare la metafora stagionale, questa primavera rischia di sfociare in un’estate talmente torrida da bruciare il raccolto».
L’immagine è suggestiva. Proviamo a tradurla.
«La cultura è stata usata per far conoscere la Puglia all’Italia. Ho l’impressione però che sia stata messa un po’ da parte, a meno di non considerare cultura anche la zampina. Ma se utilizziamo le vecchie distinzioni, oggi il territorio sta puntando tutto su un ritorno economico facile piuttosto che sulla produzione culturale».
«La cultura è stata usata per far conoscere la Puglia all’Italia. Ho l’impressione però che sia stata messa un po’ da parte, a meno di non considerare cultura anche la zampina. Ma se utilizziamo le vecchie distinzioni, oggi il territorio sta puntando tutto su un ritorno economico facile piuttosto che sulla produzione culturale».
E siamo arrivati al turismo. Croce o delizia?
«Lo stiamo favorendo talmente tanto da rischiare di diventare un turistificio, un parco a tema. Ubriacarsi di turismo in modo indiscriminato può essere rischioso».
«Lo stiamo favorendo talmente tanto da rischiare di diventare un turistificio, un parco a tema. Ubriacarsi di turismo in modo indiscriminato può essere rischioso».
L’economia gira, però. Non è una aspetto positivo?
«Certamente, ma attenzione: il turismo non arricchisce tutti indiscriminatamente e soprattutto la ricchezza che porta non è immensa. Se così fosse la Spagna avrebbe un Pil più della Germania. In realtà è un vantaggio per alcuni e non per altri».
«Certamente, ma attenzione: il turismo non arricchisce tutti indiscriminatamente e soprattutto la ricchezza che porta non è immensa. Se così fosse la Spagna avrebbe un Pil più della Germania. In realtà è un vantaggio per alcuni e non per altri».
C’è poi, oggettivamente, un tema culturale: per molti il turismo estrae l’anima più grossolana di un popolo che finisce per alimentare gli stereotipi su di sé pur di accontentare il visitatore. L’americano a Napoli si aspetta pizza e Pulcinella e gli fanno trovare pizza e Pulcinella.
«Il rischio c’è ed il fatto che ci si rifugi negli stereotipi è più grave a Bari che a Napoli perché noi non abbiamo una storia culturale così complesse, un peso di secoli sulle spalle. Per noi sarebbe più semplice sottrarci alla dimensione più grottesca. Ne parlavo con Alessandro Leogrande nel 2016, poco prima della sua morte: ce la stiamo cavando bene, ci dicemmo commentando proprio questo aspetto. Oggi non lo direi».
«Il rischio c’è ed il fatto che ci si rifugi negli stereotipi è più grave a Bari che a Napoli perché noi non abbiamo una storia culturale così complesse, un peso di secoli sulle spalle. Per noi sarebbe più semplice sottrarci alla dimensione più grottesca. Ne parlavo con Alessandro Leogrande nel 2016, poco prima della sua morte: ce la stiamo cavando bene, ci dicemmo commentando proprio questo aspetto. Oggi non lo direi».
Allora cerchiamo di perimetrare quanto di buono può nutrire l’immaginario del Sud: cominciamo dal mito?
«Allora, c’è una parte del mito che bisogna assolutamente accogliere. E non quella che fa riferimento all’origine. Il mito al Sud è qualcosa di mobile, di mutevole. È il mito delle Metamorfosi di Ovidio. In un periodo di fanatismi e irrigidimenti del pensiero questa apertura farebbe bene non solo al Mezzogiorno, ma a tutta l’Italia. Abbiamo bisogno di miti, di grandi idee: non tutto può essere pensiero utilitaristico. Altrimenti poi va a finire che la gente preferisce Trump ai burocrati».
«Allora, c’è una parte del mito che bisogna assolutamente accogliere. E non quella che fa riferimento all’origine. Il mito al Sud è qualcosa di mobile, di mutevole. È il mito delle Metamorfosi di Ovidio. In un periodo di fanatismi e irrigidimenti del pensiero questa apertura farebbe bene non solo al Mezzogiorno, ma a tutta l’Italia. Abbiamo bisogno di miti, di grandi idee: non tutto può essere pensiero utilitaristico. Altrimenti poi va a finire che la gente preferisce Trump ai burocrati».
Infine, se dovesse indicare una figura che declina il suo essere meridionale in un modo che le piace chi sceglierebbe?
«Potrei fare tanti nomi. Scelgo Enzo Avitabile, un campione del mescolamento dei linguaggi, capace di far dialogare la tradizione napoletana con la musica afroamericana e quella propriamente africana. Riuscendo così a smarcare la musica napoletana dalle melodie in cui rischiava di rimanere intrappolata. È apertura mentale, dialogo, sfida. L’incarnazione di un Sud che gioca al rialzo, invece di mettersi in salvo inserendo su Airbnb la casa della nonna».
«Potrei fare tanti nomi. Scelgo Enzo Avitabile, un campione del mescolamento dei linguaggi, capace di far dialogare la tradizione napoletana con la musica afroamericana e quella propriamente africana. Riuscendo così a smarcare la musica napoletana dalle melodie in cui rischiava di rimanere intrappolata. È apertura mentale, dialogo, sfida. L’incarnazione di un Sud che gioca al rialzo, invece di mettersi in salvo inserendo su Airbnb la casa della nonna».
«Non cedere al livellamento globalista» Bennato: i briganti di oggi? Lottano contro l’appiattimento
Eugenio Bennato, napoletano, cantautore e saggista, il dibattito sul Mezzogiorno esiste ancora?
«Esiste ancora ma, negli ultimi trent’anni, la prospettiva è completamente cambiata a causa di un fenomeno che tocca tutto il globo: l’immigrazione. Cioè, per quanto ci riguarda, l’arrivo in Italia dei Sud del mondo».
Cosa ha comportato dal punto di vista meridionale?
«La diatriba Nord-Sud ha perso di impatto, i termini sono cambiati. Un barese a Milano non è più un’anomalia, la questione dell’integrarsi non si pone nemmeno. Prima non era così, oggi il dibattito si è spostato su altro e su altri».
«La diatriba Nord-Sud ha perso di impatto, i termini sono cambiati. Un barese a Milano non è più un’anomalia, la questione dell’integrarsi non si pone nemmeno. Prima non era così, oggi il dibattito si è spostato su altro e su altri».
Quindi concorda con chi sostiene che il Sud globale ha «ammazzato» il Sud locale?
«No, non direi. Mi sembra un’affermazione troppo forte. Personalmente persevero in una battaglia di rivalutazione del Sud che negli Anni 60 e 70 era misconosciuta. Penso a quando fondammo la Nuova Compagnia di Canto Popolare e arrivammo al Teatro Uomo di Milano portando del Mezzogiorno un’immagine completamente nuova, diversa e spiazzante».
«No, non direi. Mi sembra un’affermazione troppo forte. Personalmente persevero in una battaglia di rivalutazione del Sud che negli Anni 60 e 70 era misconosciuta. Penso a quando fondammo la Nuova Compagnia di Canto Popolare e arrivammo al Teatro Uomo di Milano portando del Mezzogiorno un’immagine completamente nuova, diversa e spiazzante».
Il punto è la verità storica?
«L’abbattimento delle frontiere interne fu certamente un fatto positivo. L’Unità affratellò lombardi e siciliani ma la verità è stata distorta. L’anno scorso ho scritto una canzone, Mongiana, dedicata a un paesino della Calabria, Mongiana appunto, dove esisteva la più grande fabbrica siderurgica d’Italia, dismessa subito dopo la nascita del Regno. Con i macchinari spediti a Terni e Genova. Chi l’avrebbe detto? Una storia eclatante, una delle tante taciute».
«L’abbattimento delle frontiere interne fu certamente un fatto positivo. L’Unità affratellò lombardi e siciliani ma la verità è stata distorta. L’anno scorso ho scritto una canzone, Mongiana, dedicata a un paesino della Calabria, Mongiana appunto, dove esisteva la più grande fabbrica siderurgica d’Italia, dismessa subito dopo la nascita del Regno. Con i macchinari spediti a Terni e Genova. Chi l’avrebbe detto? Una storia eclatante, una delle tante taciute».
Dunque il Sud locale è vivo?
«Faccio mia la prospettiva di Franco Cassano e del suo Pensiero meridiano. Come lui mi piace pensare il Sud in termini propositivi e filosofici. Il Mezzogiorno come portatore di valori di una cultura del dono, dell’amicizia, del dialogo. Per troppo tempo abbiamo inseguito il Nord pur incarnando un modello che ho sempre cercato di raccontare in termini non di polemica politica o culturale, ma attraverso la musica. Penso alla Nuova Campagna, a Musicanova, a Taranta Power. Inseguivamo la chimera del bello a partire da Sud».
«Faccio mia la prospettiva di Franco Cassano e del suo Pensiero meridiano. Come lui mi piace pensare il Sud in termini propositivi e filosofici. Il Mezzogiorno come portatore di valori di una cultura del dono, dell’amicizia, del dialogo. Per troppo tempo abbiamo inseguito il Nord pur incarnando un modello che ho sempre cercato di raccontare in termini non di polemica politica o culturale, ma attraverso la musica. Penso alla Nuova Campagna, a Musicanova, a Taranta Power. Inseguivamo la chimera del bello a partire da Sud».
Lei il Mezzogiorno lo ha portato anche a Sanremo nel 2008 con «Grande Sud».
«Mi chiamò Pippo Baudo».
«Mi chiamò Pippo Baudo».
Cosa le disse?
«L’esordio fu il classico “ti assicuro che non è uno scherzo”. Una premessa necessaria. Ogni volta che lui telefonava a qualcuno e si presentava, l’altro gli rispondeva: sì, e io sono Mike Bongiorno. E riattaccava».
«L’esordio fu il classico “ti assicuro che non è uno scherzo”. Una premessa necessaria. Ogni volta che lui telefonava a qualcuno e si presentava, l’altro gli rispondeva: sì, e io sono Mike Bongiorno. E riattaccava».
Lei ha riattaccato?
«No, abbiamo parlato a lungo. Mi chiese di portare una canzone al Festival ma io rifiutai, non ero interessato».
«No, abbiamo parlato a lungo. Mi chiese di portare una canzone al Festival ma io rifiutai, non ero interessato».
E invece poi è andato...
«Continuò a mandarmi segnali, venne anche a vedere un mio concerto a Roma. Mi spiegò che desiderava riempire l’Ariston con le sonorità del Sud. Alla fine cedetti a questa garbata insistenza e accettai. Oggi lo ringrazio. In quel 2008, a Sanremo, risuonarono strumenti fino ad allora sconosciuti come la chitarra battente o il tamburello».
«Continuò a mandarmi segnali, venne anche a vedere un mio concerto a Roma. Mi spiegò che desiderava riempire l’Ariston con le sonorità del Sud. Alla fine cedetti a questa garbata insistenza e accettai. Oggi lo ringrazio. In quel 2008, a Sanremo, risuonarono strumenti fino ad allora sconosciuti come la chitarra battente o il tamburello».
In tema di canzoni, qual è la vera storia del canto Brigante se more?
«Anton Giulio Majano mi chiese delle musiche per il famoso sceneggiato Rai L’Eredità della Priora del 1980, tra cui la canzone dei titoli di testa che avrebbe dovuto attrarre il pubblico televisivo. Un po’ come Quindici uomini sulla cassa del morto per L’Isola del tesoro».
«Anton Giulio Majano mi chiese delle musiche per il famoso sceneggiato Rai L’Eredità della Priora del 1980, tra cui la canzone dei titoli di testa che avrebbe dovuto attrarre il pubblico televisivo. Un po’ come Quindici uomini sulla cassa del morto per L’Isola del tesoro».
A quel punto cosa fece?
«Con il mio compagno di viaggio di allora, Carlo D’Angiò, preparammo una sorta di canto d’amore che parlava di un melograno spuntato fuori stagione, una roba un po’ poetica e un po’ sofisticata. Majano si incazzò di brutto e mi disse che non avevo capito niente».
«Con il mio compagno di viaggio di allora, Carlo D’Angiò, preparammo una sorta di canto d’amore che parlava di un melograno spuntato fuori stagione, una roba un po’ poetica e un po’ sofisticata. Majano si incazzò di brutto e mi disse che non avevo capito niente».
Ecco, come andò a finire?
«Tornai a casa e dissi a Carlo: se Majano vuole la guerra, la guerra avrà. Nacque così Brigante se more, il canto popolare più famoso degli ultimi cinquant’anni».
«Tornai a casa e dissi a Carlo: se Majano vuole la guerra, la guerra avrà. Nacque così Brigante se more, il canto popolare più famoso degli ultimi cinquant’anni».
Qualcuno ancora ritiene che fosse un vero canto dei briganti...
«Non è così, ovviamente. L’ho scritto io. Ma alcuni neoborbonici se ne sono appropriati, oltretutto cambiando il testo. Cioè sostituendo “bestemmia” con “preghiera” e il “me ne fotto del Re Borbone” con “noi combattiamo per il Re Borbone”. La prospettiva, così, muta completamente».
«Non è così, ovviamente. L’ho scritto io. Ma alcuni neoborbonici se ne sono appropriati, oltretutto cambiando il testo. Cioè sostituendo “bestemmia” con “preghiera” e il “me ne fotto del Re Borbone” con “noi combattiamo per il Re Borbone”. La prospettiva, così, muta completamente».
Dei neoborbonici cosa pensa?
«Alcune cose che scriviamo attivano anche degli estremismi eccessivi. Quella del neoborbonico è diventata una categoria molto attiva e molto aggressiva, ma si tratta di un estremo che non condivido».
«Alcune cose che scriviamo attivano anche degli estremismi eccessivi. Quella del neoborbonico è diventata una categoria molto attiva e molto aggressiva, ma si tratta di un estremo che non condivido».
Ma, oggi, chi sono i briganti?
«I miei Briganti del presente sono le donne stupende che ballano la Taranta durante i miei concerti o i ragazzi determinati ad affermare con orgoglio la cultura e il colore del Sud. Sono quelli che si contrappongono all’appiattimento della globalizzazione».
«I miei Briganti del presente sono le donne stupende che ballano la Taranta durante i miei concerti o i ragazzi determinati ad affermare con orgoglio la cultura e il colore del Sud. Sono quelli che si contrappongono all’appiattimento della globalizzazione».

