Mercoledì 23 Gennaio 2019 | 04:22

Troppo lenti i tempi della giustizia in Italia

Fonti Ocse, Cepej, Ministero della Giustizia, indicano che in Italia la durata media di un processo civile nella totalità dei suoi tre gradi di giudizio si aggira intorno ai 2.865 giorni, rispetto alla Svizzera 368 giorni, Estonia 422 giorni, Portogallo 635 giorni, Spagna 777 giorni, Francia 950 giorni; quindi contro una media di paesi stranieri tra i più vari pari a 788 giorni.
A cosa va ricondotto questo enorme divario?
Per intenderci, mentre in Italia un cittadino dovrà attendere ancora 300 giorni per la definizione del primo grado del Suo processo, Suo cugino Francese avrà già ottenuto la Sua sentenza di Cassazione.
Tali realtà sono ben note agli addetti ai lavori che dovrebbero, più che promuovere referendum sui “carichi esigibili” (per intenderci stabilire a priori il carico massimo di “fatica” che un magistrato può e deve svolgere), essere piuttosto indotti a chiedere qualche “dritta” ai colleghi stranieri. Sarebbe troppo provocatorio ammetterli ai nostri concorsi pubblici di magistratura?
Di sicuro una riforma della giustizia in Italia urge e dovrà passare dalla separazione delle carriere, rendere fisicamente lontana la Procura dal Tribunale, poi snellire il numero degli avvocati e riorganizzare il personale impiegato nei tribunali.
Ma se per la correzione degli ingranaggi della grande macchina giustizia serve tempo, più immediato sarebbe intervenire su casi che platealmente causano questo stato comatoso della nostra nazione; più precisamente: se da un lato elogio è da farsi al giudice tarantino Munno che inequivocabilmente dimostra la Sua dedita e razionale organizzazione del tempo e svolgimento ineccepibile della sua attività lavorativa tanto da intravedere nel suo impegno lo spettro della “schiavitù e lavoro forzato”….dall’altro la cronaca ci narra di casi ben diversi.
Parliamo di magistrati assorbiti da attività collaterali o extra giudiziarie che se fossero riportati allo svolgimento della loro principale mansione farebbero abbassare di sicuro l’imbarazzante e scandalosa media italiana.
E se qualche fascicolo fosse riaperto da uno di quei magistrati distaccati da anni per ragioni sindacali?
Forse il numero delle cause avviate addirittura nel secolo scorso e ancora in atto sarebbe più esiguo.
Non richiediamo certo la protrazione sine die dell’impegno lavorativo e la violazione di diritti costituzionalmente garantiti ma la messa in atto di piccole “correzioni” che sicuramente non estirpano o risolvono l’ “handicap” ma che allievano piuttosto.
Perché se un pensiero resta troppo spesso nell’ombra è quello relativo ai protagonisti interessati da queste vicende: le parti; queste cause investono la sfera professionale, familiare, privata di ognuno di essi… si resta in balia di una decisione per anni… il tempo che passa e una definizione che arriva sempre troppo tardi… in quel tempo magari l’impresa è fallita, il ricorrente è deceduto, la famiglia è sgretolata… arriva finalmente giustizia, ma con sé anche la beffa.
Forse risponderete che per riparare a tale danno causato dall’irragionevole durata del processo la legge prevede un’equa riparazione economica…a quel punto obietterò chiedendoVi se realmente pensate possano 1.500 per ogni anno di ritardo, restituirvi ciò che l’inesorabile passare del tempo ha ormai portato via con sé.
Buona Giustizia a tutti!

Vito Vasile (Bari)

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