Prezzolini segnalava tra gli Italiani essere la metà della popolazione fatta di furbi, a giudicarne i caratteri sommari. La furbizia è talento scemo e questo può sembrare, a torto, un ossimoro. Scemo nel senso di manchevole. L’Italiano è furbo perché nella sua anima latita il senso della comunità e, per questo, la sua intelligenza è lacunosa.
Il furbo svicola, arranca, taglia per scorciatoie anche in campo morale, non ha senso dello Stato e considera la legge un limite allo sforzo arrogante del suo ingegno arbitrario. Chi intercetta la nascosta e rancorosa volontà dei furbi e li sdogana, periodicamente, in Italia ha fortuna politica. Se non si ferma alla jacquerie qualunquista, può dire con Mussolini: «Governare gli Italiani non è difficile, è inutile».
Zelanti caudatari riempirono i muri d’Italia di suoi motti, lazzi, invettive o incitamenti. Non ero nato ai tempi biechi, ma, bambino, mi toccò sorbire epigrafie e repliche di frasi solenni che sbiadivano sui muri. Mai nipotino fallito di D’annunzio fu più prolisso e invadente. Non si smentì mai: lasciò ai tirapiedi il turpe compito di mettere delle pezze quando sbracava. Era avvantaggiato dal fatto che non aveva bisogno di comprare un giornale o di cambiarne il direttore per farsi assecondare. Lo chiudeva e basta. Oggi è più complicato.
Se comandare è meglio che sacrificare a Venere, i potenti si sono prodigati a non farlo sapere in giro e hanno incaricato saggi e poeti d’insegnarci a diffidare del comando e questi, pontificando, hanno avvisato che al trono s’avvinghia il maligno, sentenziando che comandare è faticoso, difficile, pericoloso. Il piacere di comandare resta più ingente di quell’altro, ma, almeno, il demagogo se lo deve guadagnare. Ma il Foscolo avverte: «In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorte: i pochi che comandano, l’universalità che serve e, in giro, molti a brigare».
Dal che s’evince che, mentre la massa degli ubbidienti copula e serve restando all’oscuro della libidine del comando ben nota ai potenti, i briganti si divertono più di tutti. Fanno tutte e due le cose. Brigante deriva da brigare: intrigare, impegnarsi spudoratamente o, anche, trattare con cose o persone per il malaffare. Ma brigare non nasce criminoso, il termine indicava il pacifico stare insieme per adoperarsi nel lavoro o nel passatempo. Poi la parola s’è degradata e oggi designa l’affaccendarsi lucroso e oscuro, l’intrigo, la congiura, l’aggiramento delle leggi, la malversazione degli inermi, la furberia delittuosa, la soperchieria, il furto. Però brigante non s’usa più per nominare i colpevoli di tali azioni che sono spregevoli reati, sì, ma a seconda di chi le compie. Logico che brigante sia praticato come un vezzeggiativo complice. Già nel talamo del primo novecento divenne sospiro stremato delle signore appagate. Ma chi oggi «briga» per sordidi interessi disonesti che cos’è? Dipende da dove lavora e se il suo ufficio lo da uomo lo rende caporale o direttore di banca.
Dedico a due cittadini giovanissimi queste riflessioni che ho rastrellato nel mio casellario degli appunti presi per agevolarmi nello scrivere un libro che non ha mai visto la luce per la mia indolenza e per lo spaventevole compito che rischiavo di dover affrontare: parlare degli Italiani miei contemporanei assecondando la premura di molti di paragonarli agli antichi, ai vecchi, agli appena scomparsi. Una briga non da poco. Ma adesso desidero che veda la luce almeno questo pugno di riflessioni in omaggio a due ragazzini: Orlando e Giuseppe Francesco, due amici di dieci anni di Martina Franca e compagni di scuola. Hanno dimostrato un senso civico che li rende eccezionali.
Cito integralmente la nostra Gazzetta del Mezzogiorno: «L’onestà rende questa storia speciale. Nei giorni scorsi, mentre passeggiavano per le vie del centro di Martina Franca, si sono imbattuti in un portafogli contenente diverse centinaia di euro. Senza esitazione alcuna, i due ragazzini hanno deciso di fare la cosa giusta: hanno chiesto ai loro genitori di essere accompagnati al comando di Polizia Locale per riconsegnare il denaro ritrovato. Gli agenti della Polizia Locale hanno elogiato i due giovani per il loro senso civico impeccabile, tanto che il comandante Domenica Piccoli ha sottolineato alla Gazzetta che un tale gesto non ha precedenti. In un mondo dove spesso l’egoismo e l’indifferenza sembrano prevalere, Orlando e Giuseppe Francesco hanno dimostrato che l’onestà e la responsabilità sono valori ancora vivi, soprattutto tra i più giovani. Ma soprattutto hanno dimostrato che c’è ancora speranza nel mondo. La loro volontà di riconsegnare il denaro ritrovato è stata una scelta carica di consapevolezza. Avrebbero potuto tenerlo per sé. Sono ragazzini, avrebbero potuto usare quei soldi per comprare ciò che desideravano. Ma non l’hanno fatto. Hanno scelto la strada onesta, dimostrando una maturità e un senso di responsabilità che spesso manca tra agli adulti». Purtroppo non hanno ancora l’età per candidarsi alle elezioni.
















