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Lessico meridionale

Viva la Goliardia di «Santa Stuta»

Ecco come si soffocano le Università del Sud

Oggi l’Università è intristita. Spesso tracima nell’esamificio. Funestata dalla folle riforma del «triennio e biennio»

10 Luglio 2022

Michele Mirabella

All’Università di Bari, si chiamava «Supremo Goliardico Ordine di Santa Stuta». Era la Goliardia. Rappresentava la casta studentesca dell’Ateneo e si manifestava con l’araldica di un blasone che, in campo argento-rosso, incorniciava una chiave e un remo. Era il rebus iconico che postulava una volontà ferrea espressa da un verbo erotico deciso e ineluttabile in quel futuro indicativo plurale facilmente decifrabile.

Il titolo «Santa Stuta» non citava un nome di donna e invano avreste scrutinato i dizionari agiografici: non risultava, infatti, e spero non risulti ancora, una santa o beata, tento meno vergine, detta Stuta. Il fatto è che si alludeva ad una locuzione dialettale praticata per indicare una posizione sessuale ricercata del minimo Kamasutra giovanile.

Oggi ben altre competenze i ragazzi possono vantare sin dalle scuole medie e le esplicitano con chiarezza, non hanno certo bisogno di simboli iniziatici. Noi sì.

Infatti, inquartata nello stemma, compariva una candela con un apposito aggeggio, noto ai chierichetti, atto a spegnere i ceri liturgici e notissimo ai «chierici vaganti» come simbolo di altra profana, piacevolissima, mansione e di altri spegnimenti. Era il corredo pittoresco e sboccato di un gioco collettivo praticato da sempre che aveva la funzione di iniziazione con le sue regole grottesche, le sue liturgie carnevalesche, la gioia di vivere gli ultimi anni di spensieratezza prima dei rigori della vita adulta e del lavoro. «Gaudeamus igitur juvenes dum sumus» cantava l’inno dei Goliardi.

Altri inni ed altre canzoni sarebbero impresentabili in questo contesto data la pecoreccia volgarità dell’ispirazione. Il corredo espressivo, linguistico e gestuale oggi non farebbe arrossire una rassegnata conversa, allora era considerato riprovevole fuori dal corteo goliardico. Ma ai Goliardi era consentito, «semel in anno», tralignare dagli arcigni rigori disciplinari ed esagerare, pur in quella spensierata volgarità che voleva essere liberatoria. Non era ribellione, certo, era solo una «cavaiola» priva di obiettivi politici e ne ho solo una nostalgia generazionale, tuttavia non mi sento di condannarla per i suoi ludi ingordi di vino e di Venere.

Dopo i fasti, scarsi, ma decisivi, e i nefasti, parecchi, e ancora dolenti, del fatidico ’68, inteso come evento epocale, come svolta storica invasiva e sistemica, soprattutto nel gramo organismo dell’Università italiana, declinò e si spense anche la Goliardia.

Dei vetusti Palazzi d’inverno che bruciarono, delle Bastiglie, qualcuna anche di troppo, che rovinarono nel pianeta e, segnatamente, in Italia, la più illacrimata sepoltura, per dirla con uno di quei poeti oggetto di dileggio a quel tempo, toccò proprio alla Goliardia. Avvizzì e dileguò senza scalpore e senza epicedi.

Da un giorno all’altro di quell’agenda fiammeggiante di scontri epocali scomparve un vecchio costume studentesco, una tradizione culturale antica che era germinata sin dal medioevo e, in progressive trasformazioni, aveva seguito ed assecondato i cambiamenti dell’Università italiana fino all’agonia degli anni Sessanta che la videro ridursi ad una specie di carnevale accessorio alla vita accademica. Anche attraverso il picaresco folklore della Goliardia si percepiva la voglia del popolo studentesco di sentirsi comunità che le città percepivano come una fortuna il fatto di dirsi universitarie per via che ospitavano Atenei: volentieri consentivano agli «Ordini goliardici» di spadroneggiare sporadicamente imponendo ai cittadini la divertente vessazione dei giovanili eccessi e quel tanto di baldoria implicita nella vita degli studenti.

Oggi l’Università è intristita. Spesso tracima nell’esamificio. Funestata dalla folle riforma del «triennio e biennio» che l’ha trasformata in un interminabile liceo, subisce, periodicamente, l’ennesima riforma deleteria e gli studenti non hanno certo voglia di scherzare con papiri e feste della matricola. Come dar loro torto? La vita degli Atenei è grigia e faticosa, studiare è diventato arduo, se per studiare s’intende progettare un futuro per sé e per la società: imparare, ricercare, sperimentare sono lussi consentiti a pochi. La pratica imposta, oggi, dalla pandemia dello studiare a distanza, di mettere tra il docente, la cattedra, e gli studenti la lontananza informatica ha ridotto ad un triste gioco tecnologico l’afflato insostituibile del rapporto umano docente-studente. I professori vedono svanire la costatazione di Catone Homines dum docent discunt. Gli uomini mentre insegnano imparano. Imparano, oggi, ad usare il telefonino dalla paziente lezione di un alunno cui non sfugge che i maestri immalinconiscono, perplessi. Le risorse scarseggiano, la ribellione ha, giustamente, i colori della rivendicazione e non quelli della festa. Spero che gli studenti serbino la voglia di essere giovani e di festeggiare la loro iniziazione, anche sacrificando a «Santa Stuta».

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