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Annusare i libri amorevoli complici

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I libri hanno un profumo che cambia a seconda delle edizioni

03 Luglio 2022

Michele Mirabella

Sfoglio un libro e ne annuso le pagine. I libri hanno un profumo che cambia a seconda delle edizioni: si va dal perentorio sentore di robusta carta al profumo elegante di certi volumi rari e preziosi, allo svolazzo tenue di un sentore di colla e fiori frammisti. Ragazzi, frequentatori di librerie, annusammo molti libri in via di verità e in metafora. Mi torna in mente questo vezzo, oggi, mentre in molti luoghi si fa fiera e mercato ragguardevole del libro.

Libro: etimologia. Viene dal latino librum, una delle tre parti della corteccia dell’albero, la più interna e morbida. Nel papiro o il lino, il libro è una lamina fibrosa. Staccata e fatta seccare, fu usata dagli antichi Egizi per scrivere. Sotto Alessandro Magno, apparve un’antenata della carta, fatta con filamenti di papiro tessuti tra loro, impastati con il fango del Nilo e lasciati asciugare. Libro passò per estensione a indicare l’insieme di fogli uniti e contenenti uno scritto. Anche il termine greco byblos (dal fenicio gybl) nasce con lo stesso significato.

Prima della foga edificatoria che, tra gli anni Cinquanta, laboriosi, e i dolcissimi e distratti anni Sessanta, cambiò il volto di Bari, le librerie furono siti rassicuranti e tentatori: Laterza era su via Sparano in angolo con Via Dante. Noi, giovani di pelo primo e ambizioso, ma anche molto civettuolo, azzardavamo paradossi e battute, bighellonando in quel «Mean corner» immancabile per gli strusci, le «vasche» fitte di conversari. Nacque la definizione del colore dell’immobile vecchiotto: «Ha il colore delle opere di Croce» edite da Laterza disse qualcuno e tutti approvammo. Quando lo rifecero, quel palazzotto, il colore restò: austero e sobrio come una lezione del Croce.

Nella vecchia libreria le file di volumi erano custodite, anzi vigilate, oltre che da pazienti e occhiuti commessi, anche da cordicelle che impedivano il prelievo, anche temporaneo, dei libri. Qualcuno i libri li rubava, ebbene si, qualcuno non resisteva e involava sotto il cappotto prede tentatrici e ambite. Non avevo cuore di fare il delatore, di allarmare il libraio. Chi lo avrebbe fatto?

Ma c’erano le bancarelle di libri usati e d’occasione che soddisfacevano le curiosità e placavano la fame di libri di quelli che non saltavano le cordicelle di Laterza: i prezzi erano miti, la varietà garantita. Trovai, una volta, intatti, volumi di letteratura che un mio compagno di scuola ricco e viziato aveva comprato tre o quattro volte per rivenderli immediatamente onde trasformarli in benzina per la motocicletta. Si trattava di quei libri preziosi e rari che in pochissimi compravano e che, nel catalogo scolastico, figuravano, con sublime ipocrisia, tra i «consigliati». Voleva dire che nessun insegnante s’aspettava che li leggessimo, né tanto meno che li comprassimo. Il compagno ricco, discolo e molto ciuccio, contava su genitori distratti e prodighi che non stavano certo a guardare quanti e quali libri comprasse il figliolo. E investiva: comprava e affrettava a rivenderli e noi, avidi di letture, a ricomprarli dalle bancarelle. Affari convenienti si consumavano sotto gli alberi di Piazza Umberto. Oggi, un luogo di orrore.
A quei tempi non c’erano le feste del libro. Una città libreria come la smagliante Polignano, non era pensabile ai tempi delle cordicelle e del libro elargito con prudenza e circospezione da un’editoria che non pensava che sarebbe diventata un’industria. M’è capitato di essere invitato e m’aggiravo tra le esposizioni opulente, tra le insegne, le luci, l’abbondanza mediatica di tentazioni e stimoli. I libri traboccano dai banchi, invadono i tavoli d’esposizione, tracimano dagli scaffali, giganteggiano su pile e torri, invitanti, tentatori, bellissimi.

È ovvio che cerco con lo sguardo la rassicurante presenza delle cose famigliari, dei nomi di casa mia, come Laterza e dei punti fermi della mia biblioteca mentale, ricordate Borges? Lo annusai tempo fa. Nessuna cordicella, nessun apparente controllo. Sembra che il libro chieda di venir via, di esserti compagno in una fuga immediata e urgente. Resistere è impensabile. Il pubblico passeggia, legge, s’incanta e s’informa, ammira e sfoglia. Si accodano cittadini, turisti e curiosi tra i quali riconosco quelli di una specie antropologica particolare che riconoscerei anche altrove: il lettore di libri. Le sue caratteristiche sono, tra l’altro, lo sguardo curioso, l’atteggiamento da cercatore, l’aspetto misto tra il modesto e sobrio e il fantasioso e gentile. Sembra che la congregazione ammicchi e renda tutti complici di un amore che solo noi sappiamo riconoscere. La folla è folla silenziosa: si sente solo un brusio ronzante d’alveare sveglio Non è cambiato molto da quando pensavamo che qualcuno dipingesse palazzi e case del colore dei libri. Mi guardo in giro scopro che ci si saluta come quando si va per mare; anche senza conoscersi. Andandomene che è quasi buio mi giro a guardarmi indietro: chi sa perché m’era parso che un codazzo di libri mi seguisse. Con i loro profumi.

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