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Lessico meridionale

Guardare dall’alto a volte è istruttivo

Guardare dall’alto a volte è istruttivo

L’etimologia del termine «altezzoso» discende da questo: in alto, per luogo comune, sta il trono, il cielo degli dei

29 Maggio 2022

Michele Mirabella

«Guardare» è la parola di questo lessico domenicale. L’esortazione «guarda!», è intercalare prezioso per attirare l’attenzione. Guardare dall’alto in basso è atteggiamento antipatico di chi si considera migliore, più potente, più ricco, più forte. L’etimologia del termine «altezzoso» discende da questo sguardo dall’alto che accredita un’istintiva gerarchia: in alto, per luogo comune, sta il trono, il balcone, il podio, il comando, il soglio, il cielo degli dei. Più in basso, stanno i sudditi, i seguaci, i postulanti, i dipendenti, i braccianti, i servi della gleba, le «anime morte», e, infine, brulicano gli ultimi e gli schiavi.

I magnanimi non osservano dall’alto in basso, dall’alto in basso guardano. Scrutano i posteri dal cui consenso dipende se entreranno nella storia. E compatiscono o spregiano, compunti e discreti. Gli snob lo sanno: qualche volta, guardare dall’alto è istruttivo, mettere una lontananza panoramica tra intendimento e cose, oggetti, persone e umane vicende, può essere utile e facilitare la «visione d’insieme». È giusto lodare la presbiopia della percezione. Ci consente di praticare lo “sguardo” di ampio respiro che è condizione dell’intelligenza delle cose. I despoti illuminati questo facevano e la malinconia esibita nella prolissa ritrattistica, dal 1400 al 1900, forse, era istigata dalla coscienza, che avevano, di dover “guardare” dall’alto. Sguardo è parola che invia ad un lessico mimico e psicologico che, spesso è diventato letteratura. “Amore sbocciato al primo sguardo” si diceva nelle biografie caudatarie delle prodezze di Eros, solo che non si specificava se si fosse trattato di sguardo reciproco. Precisazione futile: era Amore che incrociava gli sguardi.

Solo gli illuminati guardano dall’alto l’umanità nella fatica di stare al mondo gli uni con gli altri e non gli uni contro gli altri, ma, possibilmente, anche per gli altri. E non per una persona sola, volta per volta. Questi, il non illuminato, è lo sciocco e arrogante tirannello che «mantiene le distanze» per non confondersi con il prossimo e guarda dall’alto: in genere, dall’alto dei suoi soldi. «Guardatevene» perché pensa che chiunque voglia un mondo più giusto lo vuole solo perché invidia il suo spudorato punto di osservazione presbite del mondo. E pensa che i giudici che dovessero osare perseguire le sue malefatte vogliano solo mettersi più in alto di lui. Ma non di questo voglio dire, benché le cronache mi offrano materia per farlo. Se ne riparlerà quando tratterò della parola «scostumato». Lo scostumato amico del nuovo zar di tutte le Russie, proprie e altrui. Quelle proprie già le domina, quelle altrui se le va a prendere con le armi.

E preoccupandosi solo del consenso del degli oligarchi di tutto il pianeta che «guardano» solo ai propri ladreschi interessi con la noncuranza degli scostumati. Lasceranno nella storia dell’umanità il segno della abiezione dei noncuranti che non «guardano» un palmo al di là del proprio naso rapace.

L’anonimo antenato primordiale che usava il naso per «guardare» le lontananze impercettibili alla vista, arzigogolando nei rigori della caverna, s’appoggiò con la mano aperta sulla parete. Pensava, lui, al domani, non solo al proprio, ma a quello dell’umanità sparsa su questa officina di storia. Nel bagliore del falò, «guardò» il suo palmo impresso sulla roccia con il velo di fuliggine è registrò la prima incongruenza: l’immagine speculare, il reciproco simmetrico. Quella mano stampata di cenere, estranea al corpo, ma, pure, dal corpo generata, dimostrava un atto intenzionale. Ma quello era testimonianza: l’arte concettuale che nasce prima dell’arte come descrizione. Il progenitore «guardava» a noi, posteri fruitori, inteneriti del suo diario di vita quotidiana. Più tardi, i segni si guastarono e i sognatori si appartarono terrorizzati: arrivò la barbarie degli iconoclasti moderni che bruttano arte e testimonianze del passato con la traccia di milioni di «sé» con sgorbi, nomi, firme, date, frasi occasionali, disegni, dovunque, anche dove sarebbe meglio non tentare di esorcizzare la propria caducità imprimendo, graffiando, sporcando, rovinando. Li spinge la paura di finire anonimi e pulviscolari nella smemoratezza del tempo. La stessa angoscia che spinse il progenitore a timbrare la grotta di impronte istiga, oggi, certe comunità a distruggere e «guardare» il tempo con avidità di morte talmente famelica che può essere spiegata solo dal volersi dissolvere nel futuro. Con la stessa idiosincrasia che hanno per i libri di storia, preparano ossessivamente l’album dei ricordi, orrendi, dei pronipoti con la con la guerra. Si guardano bene da chiamarla guerra perché l’hanno già persa, a guardar bene la storia che verrà. Meglio dire operazione militare speciale. Inguardabile.

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