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In Puglia e Basilicata

LA RIFLESSIONE

«Stare» nelle piazze delizia d’altri tempi

«Stare» nelle piazze delizia d’altri tempi

Bari e il fascino delle sue piazze antiche

Che fascino il ricordo degli incontri giovanili nel «teatro» della vita pubblica fra sogni e speranze in un «ozio operoso»

15 Maggio 2022

Michele Mirabella

L’invasiva tirannide della piazza mediatica nelle sue varianti di piazzette informatiche, atri cibernetici, portinerie di WhatsApp, ballatoi e cortili di Instagram, rischia di farci disabituare alla piazza vera, quella che offre lo spazio arioso e racchiuso dal confine dei palazzi istituzionali della vita pubblica dei cittadini, quell’agorà preziosa che ospitava la dignità urbana e non ammetteva dispotismi invadenti. Li, in piazza, si andava a «stare».

Nell’Italiano dialettale che pratichiamo a Bari, il verbo «stare» occupa un posto eccellente, svolge mansioni impegnative: si usa per definire una condizione, uno stato, una modalità. In risposta alla domanda «Che facciamo stasera?», m’è capitato di registrare la locuzione «Andiamo a stare». Proprio così. «A stare» e basta. In quel caso indicava una attività-non attività che consisteva, e consiste tuttora, nell’essere non bighelloni scansafatiche, ma oziosi operosi che occupano un luogo determinato e scelto che, in genere, era, ed è, l’angolo d’un caffè. Sedersi nelle, oggi, ospitalissime seggiole con tavolini accatastati nei posti più insensati, non era pensabile per ragioni, diciamo, finanziarie, nei tempi dei miei «stare» giovanili.
In Inghilterra quegli astanti prendono il nome di corner people. Si tratta di gente si assiepa, per ascoltare conversazioni randagie o comizi peregrini. Noi no, noi andiamo a«stare». Con tutto quel febbrile affaccendarsi che comporta l’ozio faticoso della chiacchiera lenta, della conversazione vaga e ampia e la pratica della contemplazione del passeggio.

Tutto questo e altro ancora è «stare» a Bari. Infatti: c’è un modo curioso d’esprimere la condizione di chi è sprovvisto di qualcosa: si privilegia, rispetto al verbo avere, il verbo stare, considerato variante del verbo essere. Si dice infatti, anche troppo spesso, «Sto senza soldi», «sto senza mangiare da ieri», «sono stato senza far niente», eccetera. Invece di «non ho soldi», «non ho mangiato da ieri», «non ho fatto niente», eccetera. Quando, da ragazzi, si stentava a tirar serata, non potendo «stare» indefinitamente, si progettavano passeggiate automobilistiche e, quindi, si aspettava ansiosamente l’unico amico dotato di padre distratto che largheggiava in permessi e prestiti di macchina. La delusione arrivava spesso e l’amico arrivava tristemente appiedato. Agli sguardi ansiosi rispondeva: «Sto senza macchina». A pensarci, quella locuzione era perfetta: infatti indicava una condizione transitoria, altrettanto di quando annunciava trionfante «Sto con la macchina», aspettandosi contraccambi maliziosi consistenti in presentazioni di amiche altrettanto appiedate e attratte irresistibilmente dalla comodità discreta della vettura. Soprattutto se si trattava di marinare la scuola.

A proposito, è curioso da ricordare come quello che «stava con la macchina», in genere, «stava senza ragazza». Ma che sciocco che sono: solo adesso, dopo tanti anni, capisco che se quello fosse stato con la macchina e con «la femmina», come brutalmente e orribilmente si diceva, certo, non sarebbe stato con gli amici a stare all’angolo del caffè Saicaf ricordato dal mio giornale proprio ieri. In questa piccola scheggia di privata «rechèrche», sono certo che molti miei concittadini si ritroveranno, i miei cari Baresi che, oggi, stanno tutti con la macchina. E non la mollano per alcun motivo al mondo. Peccato. Peccato perché si privano di molti piaceri oltre che del diritto di respirare, di quello di camminare, non rischiando la pelle ad ogni attraversamento di strade. Strade? Diciamo, piuttosto, percorsi di guerra dove devi stare (questa volta è proprio stare) in guardia per evitare di entrare in un camion e non nel negozio di biancheria o di restare prigioniero del fuoristrada parcheggiato metà nel sottano e metà sul cassonetto dell’immondizia.

Che bella, la piazza. La piazza con le sue regole. La piazza di pietra e case, non la piazza catodica dove è consentito qualsiasi eccesso. Chi in piazza strafaceva o parlava troppo o imponeva a sbafo e in eccesso la sua presenza passava subito per «stangachiazz», ovvero sfaccendato, bighellone, fannullone, povero di spirito e fastidioso chiacchierone (oggi a Bari, con impagabile locuzione, si dice «carico a chiacchiere»). Nella piazza mediatica, in tivvù, insomma, certe invasioni, certe ubiquità, certi ciarlieri presenzialisti televisivi ridotti ad andare a stare nel ruolo di salvaschermo, mi fanno rimpiangere, oltre alle vecchie, care, tribune politiche, anche lo «stare» in piazza libero e innocente. E civile.

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