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ELEZIONI POLITICHE 2022

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La rubrica

Elogio del tacere nell’era del clamore

Quando c'è la salute, c'è Michele Mirabella

Tuteliamo la parola. La folla dei protagonisti mediatici è spesso noiosa e rissosa. E il greco antico insegna che...

01 Maggio 2022

Michele Mirabella

Io so usare poco il mio computer, quanto basta a scrivere in italiano la parola di questa domenica che è «parlare». Figuratevi se riesco a scrivere in Greco e, per giunta, in quel bellissimo Greco antico dei saggi pensatori con i quali ho avuto dimestichezze affannate al Liceo e frequentazioni rispettose, rare e timorose all’università.

Peccato, avrei potuto trascrivere fedelmente un frammento di Epicarmo che, tradotto in maniera ginnasiale, in Italiano polemizza così: «Tu non sei abile a parlare, ma incapace di tacere». Aulo Gellio lo traduce in uno stile assai meno ginnasiale in un bel Latino: Qui cumloqui non posset, tacere non potuit. Raffinato l’uso diverso del verbo posse. Verifichiamo in lingua nostra. Siamo tutti in grado di tradurre ulteriormente in un più rudimentale Italiano con «Non essendo capace di parlare non riuscì a tacere».

Leggo che certe raccolte sentenziose attribuiscono il detto a Democrito e gli studiosi ne rintracciano la persistenza e longevità nella letteratura cristiana del tempo antico e segnatamente in San Girolamo che varia ariosamente così: Loqui qui nescitdiscataliquandoreticere. Traduco per comodità dei distratti: «Chi non sa parlare impari, di tanto in tanto, a star zitto». È una sentenza fortunata e felicemente eloquente, tanto da essere usata da molti altri pensatori, moralisti e letterati come Sant’Ambrogio, Gregorio Magno, Otloh di Sant’Emmerano, lo Pseudo-Seneca che ammonisce: Qui nescit tacere nescit et loqui. Che vale«Chi non sa tacere, non sa neanche parlare».

Io non so se il nugolo di conduttori radiotelevisivi, giornalisti, docenti autentici ed esperti sulla fiducia, sedicenti professori e docenti autentici, passanti, affacciati su questa guerra terribile come tutte le guerre, ma particolarmente schifosa, abbiano letto di fresco lo Pseudo-Seneca. Né sono al corrente del loro stato degli studi se, insomma, anche nella accurata guerra all’Italiano praticata da alcuni di loro, trovino il tempo di compulsare i compendi di sentenze o il De Officiis di Sant’Ambrogio.

Non sono al corrente dello stato di avanzamento della speculazione filosofica e filologica della folla di protagonista mediatici, ma ho motivo di reputare che il loro cervello sia in ben altre faccende affaccendato che non siano le dispute su Democrito sentenzioso. Parlano, parlano, parlano e litigano, rimbrottano, polemizzano, pongono l’accento, anticipano, contestano, rivelano, dichiarano, prudentemente negano, sfacciatamente interrompono, lasciando, comunque, straripare i pregiudizi politici che attizzano con un triste residuo di ideologismi falliti, ad uso dell’indice di ascolto dello show.

Io mi permetto di invitarli a rileggere qualche sentenza di quelle alle quali io ho fatto riferimento a seguito di un appassionante pomeriggio di consultazioni e studi. Troveranno, com’è accaduto a me, un tesoro di saggezza e di prudenza, scopriranno, anche, che tutte le sciocchezze che si dicono e fanno nelle attuali contese d’occasione sono già state dette e fatte molte altre volte. Ne consegue la mia implorazione di moderare il chiasso, il clamore, la lite. Non si può vivere in una continua campagna elettorale noiosa, estenuante, rumorosa, invadente. E rissosa. Oltre tutto gli orientamenti ideologici sono illanguiditi, pasticciati e confusi nella vaghezza del disorientamento.

Esiste anche l’amore, il lavoro, il piacere di annoiarsi, di andare a spasso o a pranzo dalla mamma, di giocare a tresette, di tirar tardi con gli amici, di andare al cinema, di leggere, esiste anche la vita. Oggi, proprio mentre si torna a sperare nella normalità messa a ferro e fuoco dal nemico virus. E la vita è, pare, sempre la stessa per gli uomini che sono sempre gli stessi, nonostante i sapienti si prodighino a seminare sentenze e proverbi come quello che ho dispensato prima con sfoggio di erudizione, lo ammetto.

A mia scusante c’è da dire, che ho solo riferito studi altrui da me consultati per approvvigionarmi di saggezza che, lo so bene, stenterò a usare.

Come stenteranno ad accettare i consigli di chicchessia i signori conduttori radiotelevisivi, giornalisti, docenti autentici ed esperti sulla fiducia, sedicenti professori e docenti autentici, passanti, affacciati su questa guerra terribile come tutte le guerre. Forse perché non bazzicano il Latino?

Andrà meglio con l’Inglese? He knows not when to be silent, who knows not when to speak. «Chi non sa quando star zitto, non sa neanche quando parlare». E, vorrei aggiungere, non saprà neanche «fare».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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