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La Rubrica

Lessico meridionale: Una moneta per una parola d’argento

Michele Mirabella

Michele Mirabella

Le riflessioni domenicali di Michele Mirabella

20 Febbraio 2022

Michele Mirabella

Non si può scrivere un libro al giorno, né leggere un libro al giorno. Questione di ozi troppo risicati che non permettono dibattiti o riflessioni prolungati. Ma un giornale, sì, si può leggere giorno per giorno. Si deve farlo. E benedicendo l’industrie genialità dell’orafo Gutenberg si può anche scriverlo e stamparlo. Se si è in molti. E in molti che non vadano troppo d’accordo, così discutono a maggior vantaggio per la verità.

Il giornale che stiamo leggendo si chiama «La Gazzetta del Mezzogiorno»: sono stato invitato a scrivervi e il direttore mi propone di scegliere, ogni domenica, una parola su cui meditare liberamente e scegliere la via dell’etimologia o quella della stimolante riflessione sugli usi del lemma.
Ho scelto la parola «Gazzetta» per cominciare, anzi, per ricominciare. L’etimo è molto dibattuto: la parola gazzetta, per come la usiamo, nasce nella seconda metà del 1500, dal nome del giornale veneziano «La gazeta dele novità» che prese questo nome perché costava giusto una gazeta che era una monetina d’argento.
Nel tempo moderno gazzetta divenne un nome comune di periodico, di giornale, in tutta Italia. La nostra è «La Gazzetta del Mezzogiorno», bello! E lo Stato Italiano addirittura promulga le sue leggi pubblicandole sulla Gazzetta Ufficiale.
Ed è ingente l’editoria di giornali che difendono il nome Gazzetta (segue il nome di una o più città). Più che un nome, una graziosa antonomasia. I giornali erano gli altri, quelli nazionali, che si stampavano in altre città o i periodici. Me li ricordo bene perché io, da bambino, ho sognato di fare il giornalaio. Non il giornalista, il giornalaio. Volevo troneggiare su di uno scranno in mezzo alla carta di tutti i colori e di inebriarmi di quel profumo scomparso che allora aveva la carta stampata. Pensavo: «Leggerò gratis tutti i giornali e i giornalini». Mio padre comprava «La Gazzetta del Mezzogiorno» tutti i giorni andando al lavoro e la portava a casa all'ora di pranzo ancora intatta. Era il segno certo che mio padre in ufficio lavorava. Forse dopo aver dato solo una «scorsa» ai titoli della prima pagina. Il mio turno per sfogliarla veniva dopo la sua siesta. Leggevo i titoli, mi avventuravo anche nella lettura di qualche articolo, guardavo le fotografie, soprattutto quelle che riprendevano fatti e persone stranieri e mi soffermavo sulle locandine dei cinematografi tutte incastrate in un ben ordinato cartellone: prima, seconda e terza visione.
Anche il mio maestro di scuola, un uomo buono e saggio munito di alteri baffi da bersagliere ciclista, comprava la «Gazzetta» che lui chiamava, per antonomasia irremovibile, «il giornale». L’acquistava e la riponeva nella tasca laterale della giacca, maestosamente informe anche di inverno. Il giornale, ripiegato in quattro, trovava posto verticalmente sempre nella stessa posizione e io potevo leggere la parte finale della testata: «iorno». Ricordo di aver letto talora «La Gazz», il che voleva dire che il maestro una squadernata sbrigativa al giornale l’aveva data. «La gazzetta» nostra ha un nome così lungo che, comunque la pieghi, riconosci la testata.

Più tardi scoprii che quel giornale si «faceva» in un bel palazzo vicino alla stazione dei treni. A me sembrava un vanto della città con quell’aria cosmopolita e quella cupola maestosa.
Ora quel palazzo magniloquente non c'è più. Peccato. Ricordo dei Telamoni pletorici e raccolti nello sforzo tremendo di reggere le finestre del primo piano e delle bocche di lupo a filo della strada da cui si vedeva il lavoro dei tipografi che si davano da fare intorno a macchine nere e lucide. Pensavo che reggessero tutta la «Gazzetta del Mezzogiorno». E al bimbo che ero, sfuggiva la metafora. Sono certo che, oggi, «La Gazzeta» farebbe una campagna per salvare quell’opificio.
Capitò anche a noi, giovanissimi teatranti, di aspettare lì davanti, con ansia, la critica ai nostri debutti tirando tardi la notte per gettarci sulle prime copie della «Gazzetta» e leggere e commentare. Eravamo cresciuti: la leggevamo da cima a fondo. Eravamo cresciuti e, finché si fosse rimasti a Bari, allora lo sapevamo bene, nessuno ci avrebbe fatto sconti. Oggi i teatranti sanno fare i conti.
Dopo, solo dopo, una volta partiti per la vita, saremmo stati benvoluti e aspettati: non rese di conti, ma rimpatriate. Capita di leggere, infatti, e sorrido di cuore, del «nostro Michele Mirabella». Ci tengono alla «Gazzetta». E, detto apertamente, ci tengo tanto anch'io

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