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il caso Prodotti contraffatti in 40 finiscono nei guai

La procura al lavoro Smerciati grazie alla compiacenza di decine di negozianti

di Francesco Oliva

LECCE - Prodotti per la casa e per l’igiene personale contraffatti e venduti per originali grazie alla presunta compiacenza di decine di commercianti. La Procura di Lecce ha decapitato una sorta di holding del veramente falso che avrebbe gestito per circa tre anni (dal 2010 al 2013) la vendita di prodotti di note aziende internazionali, spacciati per veri con tanto di etichettatura e marchio. Tanto, tantissimo materiale così come accertato nel corso delle indagini, chiuse nei giorni scorsi e condotte dalla Finanza, coordinate dal procuratore aggiunto Antonio De Donno: non meno di 1 milione e 190mila prodotti contraffatti e poi finiti nel sottobosco della ricettazione grazie a commercianti compiacenti. Il presunto sodalizio dell’autentico falso avrebbe così beffato aziende note a livello internazionale (da ritenersi parti offese) quali Dash, Infasil Intimo, Dixan, Chante Clair e General Chili. Complessivamente sono quaranta gli indagati. In 27 rispondono del reato più grave: associazione a delinquere finalizzata alla contraffazione.

Una filiera del falso organizzata nei minimi dettagli, in cui ogni indagato avrebbe ricoperto un ruolo ben preciso per consentire agli ingranaggi della catena della contraffazione di funzionare al meglio per consentire ai presunti sodali di portare avanti un business parallelo a quello legale. Gli investigatori hanno tracciato tutte le fasi che hanno caratterizzato la filiera del falso. Alcuni indagati avrebbero “curato” la produzione di detergente liquido per la casa e per la persona e dei relativi contenitori in plastica. In alcuni casi, l’intero materiale veniva poi trasferito in un capannone nella zona industriale di Lecce trasportato con automezzi guidati da altri soggetti compiacenti. E nel chiuso di un deposito, lontano da occhi indiscreti, l’holding del veramente falso avrebbe provveduto all’imbottigliamento, all’etichettatura e all’apposizione di timbri sui cartoncini dei prodotti contrassegnati dal marchio in questione. Operazione che, per il confezionamento dei detergenti, veniva realizzata ricorrendo ad appositi macchinari. Nella catena della filiera sarebbero coinvolte anche una tipografia e una stamperia, che avrebbero contraffatto i segni distintivi. I prodotti abilmente riprodotti uscivano come originali e pronti per essere immessi nel mercato del circuito legale con un notevole danno in termini economici e d’immagine per le aziende beffate. Tra i quaranta indagati compare anche il nome di Tommaso Montedoro, il presunto boss di Casarano, arrestato a fine maggio nell’operazione “Diarchia” con cui i carabinieri del Nucleo investigativo di Lecce hanno decapitato l’omonimo clan. In questa inchiesta non si parla di partite di droga o di estorsioni. Montedoro è accusato di contraffazione e introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi. I fatti risalgono al maggio del 2013. Il 40enne avrebbe acquistato e detenuto per la vendita 100 cartoni di confezioni di attak contraffatte.

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