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 258mila donne salentine ancora senza un lavoro

Flavia Serravezza

Sono ben 258mila le donne che non lavorano, né cercano un impiego in provincia di Lecce. Risultano occupate solo il 31,6 per cento delle donne tra i 15 e i 64 anni, a fronte di un’occupazione maschile pari al 55 per cento. Lo dicono gli ultimi dati Istat rielaborati su base provinciale dall’Ufficio Statistica dell’ente di Palazzo dei Celestini. Numeri sconfortanti, secondo la consigliera di parità della Provincia, Filomena D’Antini Solero, che lancia un appello a tutte le parti politiche per una valutazione attenta del problema.

«Per rilanciare l’occupazione italiana, soprattutto quella femminile, - afferma - occorre cambiare prospettiva e avviare una lotta congiunta alla disoccupazione e all’inattività, cioè a quella condizione di sconforto e sfiducia che porta le donne a non cercare lavoro»,

Nel Salento si è ridotto, in termini seppur minimi, il gap tra il livello di disoccupazione femminile e maschile, ma non il quello di occupazione. Mentre il tasso di disoccupazione per gli uomini, tra i 15 e i 74 anni, è pari al 20,9 per cento, il tasso di disoccupazione per le donne, tra i 15 e i 74 anni, è pari al 24 per cento. «Dati che, comunque, non sono per nulla confortanti - commenta la consigliera di parità - rispetto alla disoccupazione media complessiva in Italia che, tra maschi e femmine, ci da una percentuale pari all’11,9%».

I maschi occupati, in provincia di Lecce, sono 141mila e le donne 84mila. Come mai? «Ancora una volta la risposta è da ricercarsi nella categoria degli inattivi», è la risposta allarmata della consigliera di parità, che propone alcune possibili soluzioni, con uno sguardo al futuro.

«Se non si interviene cambiando prospettiva - rimarca - il mercato del lavoro continuerà a rimanere un mercato declinato al maschile. La schiera delle inattive sembra infoltirsi, sia in termini congiunturali che tendenziali, e i principali motivi derivano dalla inadeguatezza degli strumenti di supporto al lavoro di cui le donne necessitano per poter assolvere al ruolo di moglie madre lavoratrice. Il conflitto fra professione, maternità e famiglia e l’inadeguatezza dei servizi impedisce in Italia a 650 mila madri di entrare o rientrare nel mercato del lavoro».

In che modo si può invertire il trend? Gli interventi da mettere in campo, secondo la consigliera D’Antini Solero, sono diversi. «Si può modificare questa propensione negativa delle madri a lavorare sia alzando il salario atteso, per esempio riducendo le tasse sui redditi da lavoro delle madri occupate o promuovendo l’innalzamento del livello d’istruzione - sostiene - oppure diminuendo il costo dei servizi alla persona per le famiglie con significative agevolazioni fiscali». Quindi conclude con un appello al mondo politico, «per una valutazione attenta dei problemi e delle prospettive di lavoro, di carriera e, perché no, di maternità-paternità, perché se fino ad oggi sono state le donne a rinunciare a qualche cosa, vorremmo un Paese in cui finalmente non siano costrette a rinunciare a nulla».

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