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Italgest, venduti a un euro i resti dell’impero De Masi Visura Sapa Visura Sapaf

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di MASSIMILIANO SCAGLIARINI
BARI - Quello che resta di un impero, valutato solo pochi anni fa oltre 2 miliardi di euro, è passato di mano per appena un euro. Un solo euro per acquistare le ceneri del gruppo Italgest di Casarano, che nello scorso decennio era il simbolo del boom delle rinnovabili e oggi è stato travolto da debiti per oltre 100 milioni di euro. A salvarlo avrebbe dovuto essere un gruppo giordano, ma i soldi per perfezionare il concordato preventivo non sono mai arrivati). E così nella scorsa primavera al fondatore, Paride De Masi, non è rimasto altro che chiedere il fallimento delle sue stesse società. Tutte, tranne una: la holding di famiglia, che nel nome scimmiottava l’accomandita degli Agnelli, e oggi è tutto quel che ne resta. Ed il suo destino è un mistero.

La Antonio Paride De Masi&C sapa non è più, come ai bei tempi, una società per azioni da 5 milioni di capitale. A gennaio è stata trasformata in una srl, ha preso il nome Sapa ed è stata messa in liquidazione ma - a differenza del resto del gruppo - non ne è stato chiesto il fallimento. Capitale sociale: un euro. Nonostante abbia in pancia immobili, per oltre 2 milioni e mezzo di euro, in tutto il Salento: una masseria a Casarano, più volte fotografata su giornali di architettura, un palazzotto in piazzetta Panzera a Lecce, un appartamento a Gallipoli, diversi ettari di suoli tra Casarano, Ruffano e Supersano.

Sapa - come si chiama oggi - è la capogruppo cui fanno capo tutte le società oggi fallite: Holding, Immobiliare, Energia Prima, Renewables. I parchi fotovoltaici non ci sono più: sono stati venduti da tempo al fondo lussemburghese Global Solar Fund, e nella società salentina sono rimasti solo i debiti. Debiti che avrebbero dovuto essere assunti da una società giordana, la Panmed, che però non ha presentato le garanzie promesse facendo fallire le varie procedure di concordato.

«La decisione di non procedere nell'acquisizione - spiega alla “Gazzetta”, per mail, Shermine Dajani, il ceo di Panmed - è dovuta al diniego di accettazione dello stralcio del debito da parte dell'Agenzia delle Entrate, che non solo aveva votato sfavorevolmente in sede di comitato dei creditori ma aveva consegnato a Equitalia l'invito a procedere contro Italgest Energia e Holding per 48,6 milioni». E così, spiega Dajani, la strategia è cambiata. «D'intesa con De Masi abbiamo ritirato la proposta concordataria, Panmed ha acquistato alla cifra simbolica di 1 euro il gruppo Italgest, ne ha cambiato il nome ed ha presentato istanza di fallimento». Con l’idea di investire 5 milioni nel salvataggio degli attivi.

Ma i documenti raccontano una storia diversa, e Dajani - ulteriormente interpellata - non ha più risposto alle richieste di chiarimenti della «Gazzetta». Il 30 gennaio la Sapa è stata in effetti venduta da De Masi e sua moglie. Ma l’acquirente è una scatola vuota che si chiama Sapaf e che ha sede a Bari. A sua volta, Sapaf è al 90% di Gesfim (che fa capo a due professionisti baresi) e per il 10% di un 71enne napoletano, Antonio Russo, che risulta nullatenente e figura come liquidatore di tutte le società del gruppo.

Stando così le cose, i creditori delle varie società in fallimento - Stato compreso - rischiano di rimanere con un pugno di mosche perché è rimasto poco o niente. Al di là dei progetti per parchi fotovoltaici che Panmed ritiene di poter ancora sviluppare e rilevare, il patrimonio è infatti concentrato negli immobili di Sapa. Che fine faranno? Non è dato saperlo. De Masi e sua moglie ufficialmente non c’entrano più nulla. Ma a guardare bene, in Sapa c’è anche il seme da cui tutto è cominciato.

La ex accomandita, infatti, si è accollata almeno per un periodo le rate di leasing del palazzo di via 47° Reggimento Fanteria, a Lecce, dove risiede la famiglia De Masi. È un immobile da 655 metri quadrati, che nel 2004 fu oggetto di una operazione di leaseback con l’allora Italease (oggi Banco Popolare) garantendo all’imprenditore i finanziamenti necessari a far partire i primi investimenti. In quel palazzo, nel 2008, la Finanza di Casarano trovò mobili di pregio e opere d’arte per diverse centinaia di migliaia di euro, riferibili a una società - l’accomandita - che aveva fatturato zero. Ma la Procura, su questo aspetto, non è intervenuta. Adesso anche la proprietà delle opere d’arte è passata non a Panmed ma alla misteriosa Sapaf. La domanda è: che fine farà, quando le acque si saranno calmate, tutto questo ben di Dio?

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