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di Linda Cappello

LECCE - Sono contenuti in un’informativa di quasi 200 pagine gli indizi nei confronti dei nove indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione degli appalti per la raccolta ed il trattamento dei rifiuti dell’Ato Lecce/2.

Lì sono raccolte denunce e intercettazioni, che hanno fatto finire nei guai il presidente Silvano Macculi, 49 anni, originario di Botrugno, ed il dirigente del settore Ambiente del Comune di Lecce, Fernando Bonocuore, 50 anni, di Lecce, nel ruolo di responsabile unico del procedimento delle gare d’appalto dell’Aro4 e dell’Aro6 dell’Ato Le/2.

Nell’avviso di conclusione delle indagini, notificato nei giorni scorsi, entrambi rispondono di episodi di concussione legati alla gestione della gara indetta il 16 ottobre 2007.

Il provvedimento, che porta la firma del procuratore aggiunto Antonio De Donno e del sostituto Alessio Coccioli, è stato ricevuto anche da Anna Maria Bonocuore, 40 anni, di Lecce, da Valerio Contaldo, 59 anni, sindacalista di Galatina, dal funzionario della provincia Giorgio Rausa, 63 anni, di Poggiardo, da Giovanni Biasco, 59 anni, di Botrugno, da Riccardo Bandello, 45 anni, di Otranto, da Emanuele Borgia, 51 anni, di Maglie e da Luana Greco, 46 anni, di Tricase.

A far scattare l’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale, sono state le dichiarazioni di Gianluigi Rosafio, imprenditore di Taurisano già colpito da un’interdittiva antimafia per essere genero del boss ergastolano Giuseppe Scarlino.

Secondo l’accusa, Macculi avrebbe costretto Rocco Lombardi, titolare della ditta Lombardi Ecologia, Salvatore Forlenza, procuratore della ditta CNS - Supernova, Rosafio e i titolari dell’ATI Ecotecnica «a promettere prima dell’espletamento della gara d’appalto il pagamento di un milione di euro».

Di questi, 335mila euro sarebbero stati a carico di Rosafio, che a sua volta ne avrebbe consegnati 300mila a Lombardi destinati poi a Macculi, consegnati in parte a Triggiano ed il resto in più tranche fra il 2009 ed il 2012. Trentacinquemila euro sarebbero stati dati a Macculi in persona dalla moglie di Rosafio, Tiziana Scarlino; 440mila sarebbero stati versati dall’ATI Ecotecnica ed il resto da Lombardi.

Bonocuore, invece, avrebbe costretto quelli stessi imprenditori «ad affidare alla ditta BIT l’attività di sensibilizzazione per la durata di nove anni, per un corrispettivo di 159.830 euro, che di fatto sarebbe stata espletata solo in parte, di cui 100mila euro effettivamente versati nel dicembre 2009».

Nel capo di imputazione si fa anche riferimento al fatto che Macculi e Bonocuore avrebbero costretto Rosafio e la moglie a consegnare loro orologi e preziosi per oltre ottomila euro.

Contaldo e Rausa, inoltre, rispondono di un episodio di estorsione: avrebbero costretto Gianluca Rosafio ad assumere della sua azienda familiari di soggetti legati al clan Coluccia di Noha.

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