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di Francesco Oliva

LECCE - Il pizzo sui manifesti elettorali di un candidato consigliere in corsa alle comunali del 2012. L’intreccio tra criminalità & politica è contenuto nell’avviso di conclusione dell’indagine “Eclissi”.

Pressioni della malavita, da intendersi estorsioni, ai danni di un noto professionista leccese candidato con la lista di “Io Sud” costretto ad affidare la gestione della propria campagna elettorale alla criminalità. Non solo. Avrebbe anche versato al clan un euro e 30 centesimi per ogni manifesto con il suo volto e il suo nome. E obbligato, di fatto, a revocare l’incarico affidato ad un ragazzo di sua conoscenza. Ci sarebbe l’ombra della Sacra Corona Unita sulle ultime elezioni comunali di Lecce. Una forma di introito pulito del clan per rimpinguare le casse e reinvestire, in parte, il “tesoretto” accumulato nelle attività illegali.

Di questa ingerenza della criminalità nella politica cittadina, c’è traccia in una telefonata del 25 aprile di tre anni fa intercettata dagli agenti della Squadra mobile tra il candidato e Sergio Marti indagato con l’accusa di estorsione aggravata dall’aver agevolato l’associazione mafiosa.

Marti: « Pronto buongiorno... ciao... salve... sto passando perchè ho fermato adesso un ragazzo... giustamente... che gli hai dato i manifesti... non mi sembra una cosa neanche corretta... sto venendo... se stai là passo».

Successivamente Marti avrebbe incontrato di persona il candidato: «Elemosina qua non me ne serve... dice... no... va bene... tanto a Lecce non li puoi attaccare lo stesso... ho detto... gliel’ho già detto... non è che alla fine faccio il fesso loro eh!... non esiste proprio... allora poi quando lo senti... tanto poi glielo dici... gli dici... tanto se non li attacca Sergio... le squadre sempre quelle sono... gliel’ho già detto... caso mai io te ne posso dare cinquecento... ho detto... a me elemosina non me ne devi fare... tanto i manifesti tuoi nelle marine li fai... portali a chi vuoi... ma a Lecce non li vedi... chiaro... devi pagare un euro e trenta».

In totale, nell’indagine che ha consentito di polverizzare i clan capeggiati da Pasquale Briganti sono 91 gli indagati. Un numero più che raddoppiato in questi mesi dopo la decisione del boss emergente Gioele Greco di avviare una collaborazione con gli inquirenti che ha consentito di svelare vita, morte e miracoli di un pezzo importante della criminalità leccese. L’operazione venne compiuta dagli agenti della Squadra mobile del capoluogo. Gli investigatori smantellarono le consorterie criminali che si sarebbero suddivise gli affari della città, ora in pace ora in guerra, e che sarebbero ricorse ad agguati ed intimidazioni per il controllo del territorio.

Furono gli arresti dei leader Nisi e Briganti a rompere definitivamente i sottili equilibri che regolavano i rapporti tra i gruppi avversi. E in poco tempo si aprì una stagione di fuoco, rappresaglie e vendette con la polvere da sparo per ristabilire ordini e gerarchie anche con pestaggi in carcere ai vecchi boss e a chi cercava di raccoglierne l’eredità. Cambi ricorrenti di casacca, tradimenti del vecchio gruppo in favore di quello avversario. Agguati in città contro attività commerciali per imporre il pizzo ai commercianti finiti nella morsa di una criminalità che per mesi ha mostrato i muscoli con azioni eclatanti e plateali. E poi la guerra con i clan capeggiati dai fratelli Leo di Vernole e con il gruppo di Ivan Firenze e Cristian Pepe detenuti nel carcere di Padova con cui gli affiliati in libertà comunicavano tramite Internet. Non solo droga ed estorsioni. Nelle carte dell’inchiesta vengono svelati anche i retroscena del suicidio di Luca Rollo, il 21enne di Cavallino che decise di togliersi la vita il 12 gennaio di due anni fa, ormai sfiancato dalle continue minacce del clan per un debito di droga non pagato.

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