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Mucca pazza, dopo morti in Salento «Carni sicure, ma indagare sui casi»

Mucca pazza, dopo morti in Salento «Carni sicure, ma indagare sui casi»
MARISA INGROSSO
BARI - Dopo che, nel giro di pochi giorni, due salentini sono morti a causa della sindrome di Creutzfeldt-Jakob, cresce la preoccupazione dei pugliesi. La paura più grande è che malattia e decessi siano collegati al consumo di carne infetta da prioni, le proteine killer che, per l’appunto, causano l’encefalopatia spongiforme bovina (BSE, o «mucca pazza») negli animali e la malattia di Creutzfeldt-Jakob negli esseri umani. «Una paura comprensibile, ma - allo stato attuale - del tutto infondata», secondo il prof. Canio Buonavoglia, direttore generale dell’Istituto zooprofilattico Sperimentale di Puglia e Basilicata, con sede a Foggia, già direttore del dipartimento di Medicina veterinaria dell’Università di Bari.

Prima la 49enne di Parabita, poi il 67enne di Giuggianello. In linea d’aria sono 21 chilometri. Queste due vittime non possono non suscitare un po’ di apprensione.
«Non possiamo necessariamente collegare questa patologia al morbo della “mucca pazza”. Perché noi abbiamo queste patologie che genericamente definiamo encefalopatie spongiformi subacute (BSE). Nell’ambito di esse ci sono delle manifestazioni cliniche nell’uomo, conosciute da tanti anni, una delle quali è la Creutzfeldt-Jakob che è la più nota, è conosciuta da quasi un secolo e ha un’incidenza sporadica. Cioè è accettato che ci siano 2 casi per milione di abitanti. E generalmente colpisce persone anziane, oltre i 60-70 anni».
«Invece - continua il luminare - cosa è successo quando è scoppiata l’epidemia di “mucca puzza” nei primi anni Ottanta? Il patogeno, l’agente causale, nel bovino ha fatto il salto di specie e ha colpito anche l’uomo. Stiamo parlando di un numero limitato di casi, anche se all’inizio si pensava a un flagello. Quindi, per fare chiarezza abbiamo due entità cliniche: la versione “classica” umana e la versione collegata in qualche modo al bovino».

Si manifestano allo stesso modo?
«Quella collegata al bovino colpisce persone più giovani. Poi ci sono delle differenze cliniche ma la cosa più importante è che gli esami di biologia molecolare sul materiale autoptico riescono a stabilire se è l’una o l’altra».

E nei casi salentini, secondo lei, di cosa parliamo?
«Su base clinica si può avere il sospetto che sia uno o l’altro, però il dato finale lo si ha solo con gli esami su materiale prelevato dopo la morte. Il primo caso nel Salento - e al riguardo mi sono sentito con i colleghi dell’Istituto superiore di sanità (Iss) - su base clinica, e quindi su base presuntiva, non si riteneva potesse essere collegato alla variante giovanile bovina, ma fosse il “classico” Creutzfeldt-Jakob. Però saranno gli esami di laboratorio a dare la risposta».

Che tempi?
«Credo ci vorranno altri 15 giorni, penso. O forse prima. Sarà il centro di referenza dell’Iss a dare la risposta conclusiva. Ma, al di là di tutto, credo di poter dire che le carni in Italia sono iper-controllate. La filiera in Italia, grazie al ministero e agli Istituti zooprofilattici è molto, molto, controllata».

Vista la giovane età della vittima lei sarebbe cauto nel caso della 49enne?
«Non ho al momento elementi per poter pensare a una BSE. Ma la valutazione clinica faceva escludere questo. E stiamo parlando comunque di un rischio davvero trascurabile. In passato poteva capitare che venissero macellati animali col prione ma il sistema di allerta e controllo dei bovini ha messo a regime veramente tutta la filiera. E l’Italia è stata una delle nazioni meno interessate da questa patologia».

Dati dell’Asl Lecce riportano un’incidenza di casi, nel Salento, 5 volte superiore al dato regionale. Che succede?
«Io sono un medico veterinario, dovrebbe rispondere l’Iss».

E se il dato fosse confermato?
«Questo dato non lo conoscevo. Ma se è quello è il dato ed è confermato su basi di laboratorio, meriterebbe un approfondimento».

Macellazioni autonome potrebbero essere un rischio?
«No, no, lo escludo. Intanto è venuta meno la farina di carne nell’alimentazione dei bovini che è vietata da più di 20 anni. Quindi è vero che esiste il problema della patologia in forma sporadica nel bovino e infatti gli Istituti zooprofilattici fanno gli esami con una regolarità incredibile».

Può darci un’idea di questa “regolarità incredibile”?
«Innanzitutto stiamo parlando di una popolazione bovina in Italia che è supercontrollata. In un primo momento, tutti gli animali di età superiore ai 24 mesi venivano controllati prima di essere immessi sul mercato. Dopo, pian piano, poiché il bando delle farine di carne era stato messo in atto, si è ritenuto opportuno non effettuare più i controlli su tutti gli animali macellati ma limitarlo solo agli animali morti per avere certezza che non vi fosse la presenza di questo morbo nella sua forma sporadica».

Animali “morti”?
«Se un qualunque animale muore in stalla deve essere sottoposto a test».

E questi test che risultati di incidenza danno?
«Sono molto bassi. Il problema che avevamo dieci o venti anni fa non c’è più. Ci tengo che non venga fuori il solito allarme che poi la gente non mangia più carne. E comunque presto sapremo l’esito degli esami di laboratorio. Il consumatore italiano può stare tranquillo perché nel circuito ufficiale i controlli sono fatti da una rete di servizi veterinari all’avanguardia e di Istituti zooprofilattici che svolgono un ruolo oscuro ma fondamentale per offrire al consumatore prodotti alimentari di origine animale pienamente sicuri».

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