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Tricase, ciao Emanuela la «resa» dopo 22 anni di coma

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di ANTONIO ANDREA CIARDO

TRICASE - All’alba di ieri Emanuela Lia, 42 anni, in coma dal 1° gennaio 1993 dopo un incidente stradale, ha cessato la sua battaglia per la vita ed ha oltrepassato il muro del tempo, ma la sua voglia di vita, pur nello stato in cui versava da 22 anni, rappresenta un vero e proprio record mondiale di vita in stato di coma.
Emanuela è figlia dell’avvocat o Cesare Lia, già consigliere ed assessore regionale, che di questa battaglia per la figlia ha fatto la sua ragione di vita, lottando, assieme alla moglie Giulia e agli altri familiari, perché la sua ragazza avesse il diritto alla vita e ad una vita «normale». E Cesare Lia, in nome e per conto di sua figlia, ha lottato strenuamente, facendosi promotore della nascita della Fondazione nazionale Risvegli.

E se il Consiglio dei ministri nel febbraio 2011 approvò, su proposta del titolare della Salute la direttiva che indiceva, per il 9 febbraio 2011, la Giornata nazionale degli stati vegetativi, quella scelta non fu casuale: era la giornata del secondo anniversario dalla morte di Eluana Englaro, la donna per la quale, dopo 17 anni di coma, si decise di interrompere il regime di alimentazione artificiale, su richiesta della famiglia. Ma era stato il momento di svolta nella vita di Cesare Lia: da quel giorno avrebbe girato in lungo e in largo l’Italia per affermare il diritto alla vita di chi era in coma. E quella direttiva sottolineò che «le amministrazioni pubbliche e gli organismi di volontariato, si impegnano a promuovere, nell'ambito delle rispettive competenze, attraverso idonee iniziative di sensibilizzazione e solidarietà, l'attenzione e l'informazione su questo tipo di disabilità, che coinvolge oltre al malato, in maniera assai rilevante, i familiari».

Nei giorni di Eluana Englaro, Cesare Lia ruppe gli indugi e intervenne con determinazione nel dibattito che si era aperto in tutto il Paese. E quando gli si chiese: «La sua posizione è diametralmente opposta a quella di Beppe Englaro. Perché vuole mantenere in vita sua figlia?», Cesare Lia ebbe una risposta che non ammetteva ripensamenti: «Ogni padre vorrebbe mantenere il proprio figlio in vita. Mia figlia non è ancora morta, è viva, io lo vedo; come potrei ucciderla proprio io? Non è giusto lottare per la morte. Bisogna invece lottare per farli vivere, questi ragazzi. Se si lotta, e ci si crede, i miglioramenti si avvertono. Lo stato vegetativo non è una malattia degenerativa, è una malattia dalla quale si può anche tornare indietro. Io parlo ogni giorno con Emanuela e lei mi risponde. Mi risponde con gli occhi, in un linguaggio che ho imparato a capire. Ed io ho il dovere di lottare con lei».

Cesare Lia e la sua famiglia hanno continuato la battaglia perché non si zittisse il dibattito sui pazienti in stato vegetativo. Assieme all'associazione regionale «Uniti per i risvegli» ha gridato le ragioni della sua Emanuela, come quelle di tante altre persone nella sua situazione. È stato sempre convinto che sua figlia un giorno lo avrebbe guardato ancora più intensamente del solito e che da quel letto si sarebbe alzata. «Continuerò a lottare per le tante Emanuela che ancora ci sono. Ventidue anni di vita non sono stati pochi. Continuerò a vederla viva negli altri che come lei stanno lottando per risvegliarsi», è stato il commento di papà Cesare Lia.

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