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Gasdotto Tap, la soluzione non si trova in tribunale

di TONIO TONDO
MELENDUGNO - Non c’è opera pubblica in Italia che non passi da un’aula di giustizia, penale o amministrativa che sia. Anche una grande infrastruttura, come il gasdotto Tap (Trans adriatic pipeline), dichiarata di interesse comune europeo dai governi e dal Parlamento di Strasburgo, solennemente eletta a «opera di interesse nazionale» da leggi e decreti, e oggetto di accordi internazionali tra Paesi sovrani (in questo caso Grecia, Albania e Italia), deve sottoporsi alla via crucis di ricorsi, esposti, udienze, sospensioni e sentenze
Gasdotto Tap, la soluzione non si trova in tribunale
di Tonio Tondo

MELENDUGNO - Non c’è opera pubblica in Italia che non passi da un’aula di giustizia, penale o amministrativa che sia. Anche una grande infrastruttura, come il gasdotto Tap (Trans adriatic pipeline), dichiarata di interesse comune europeo dai governi e dal Parlamento di Strasburgo, solennemente eletta a «opera di interesse nazionale» da leggi e decreti, e oggetto di accordi internazionali tra Paesi sovrani (in questo caso Grecia, Albania e Italia), deve sottoporsi alla via crucis di ricorsi, esposti, udienze, sospensioni e sentenze.

«Siamo pronti ad opporci a tutto», è il grido di battaglia del giovane sindaco di Melendugno, Marco Potì, dopo l’ultimo via libera del Tar Lazio ai carotaggi avviati dal consorzio Tap e sospesi dal Comune. Ma in questo modo il merito del dibattito pubblico sull’infrastruttura energetica è destinato a scomparire per lasciare spazio al conflitto giuridico il cui esito, questa volta, si annuncia favorevole all’opera. Così il ribellismo riempirebbe un’altra pagina della cronaca meridionale allontanandoci sempre più dalla consapevolezza sul nostro ruolo di popolo moderno del Mezzogiorno d’Italia.

Il sindaco di Melendugno si è detto sorpreso dal fatto che lo Stato e le sue amministrazioni, in questa vicenda l’avvocatura, invece di schierarsi con un altro pezzo dello Stato, cioè un’amministrazione locale che protesta, scelga di schierarsi con un’impresa privata come il consorzio che ha presentato il progetto per realizzare e gestire il metanodotto. È un modo di ragionare per lo meno strano, meglio di comodo. Per due motivi, essenzialmente: il primo riguarda evoluzione e natura del diritto e i rapporti tra l’iniziativa privata e i poteri pubblici con i loro quadri legali. È da decenni, anzi da alcuni secoli, che il valore pubblico di un’opera, infrastruttura o servizio che sia, dipende solo dalla sua finalità d’uso e non dalla natura giuridica della proprietà. Non c’è nessuna differenza tra un ospedale di proprietà statale o regionale e privato. Tutti assistono i malati, al di là di chi amministra l’ospedale. Anzi, le informazioni rivelano che gli ospedali gestiti da privati sono più efficienti del pubblico. Gli stati moderni hanno delegato alle società private la gestione di molti servizi, dai trasporti all’energia. L’Italia ci sta arrivando lentamente, con gravi danni accumulati nel passato. Riproporre schemi artificiali di contrapposizione tra pubblico e privato e una loro gerarchia di valore politico e istituzionale comporta il ritorno all’inferno dello statalismo.

La seconda ragione richiama il valore e il significato dell’infrastruttura che oltrepassano la stessa rilevanza dell’investimento finanziario e tecnico. Il corridoio meridionale del gas, lungo 850 chilometri, dai pozzi dell’area Shah Deniz II del Mar Caspio fino al terminale di Melendugno dopo aver attraversato un pezzo di Turchia, la Grecia, l’Albania e il canale di Otranto, ha un grande impatto geopolitico ed economico. Intanto, in prima battuta risponde alla sicurezza e alla differenziazione degli approvvigionamenti energetici dell’Italia e poi dell’Europa, sottraendoci in parte ai condizionamenti della russa Gazprom, utilizzata da Putin come arma di ricatto nei rapporti con l’Occidente. Quello che è accaduto in Crimea e sta accadendo in Ucraina orientale ci riguarda direttamente. La libertà del nostro Paese e la sua prosperità sono strettamente legate alla possibilità di utilizzare alternative diverse nell’approvvigionamento di energia. Il progetto Tap si è via via imposto non perché la politica lo ha sponsorizzato, ma perché ha prevalso dal punto di vista finanziario e delle opportunità che lascia aperte ulteriori collegamenti in una struttura a rete nell’area del Caspio, oltre all’Azerbaijan e fino al Turkmenistan. Questo porterebbe a triplicare, se necessario, la quantità di gas trasportabile, da 10 a 30 miliardi di metri cubi. L’Italia è interessata a questi sviluppi.

L’attenzione rigorosa alle garanzie del rispetto ambientale e del paesaggio, oltre alla rappresentanza degli onesti interessi economici della comunità di Melendugno, non è proporzionale al numero dei ricorsi giudiziari. Non è nelle aule giudiziarie che si ottengono i miglioramenti e le mitigazioni. Solo un confronto tecnico e pragmatico può portare a risultati positivi. E può far crescere coscienza civile e responsabilità istituzionale. Il nostro Paese, grazie anche agli errori del passato tra i quali la demagogica attribuzione alle regioni dei poteri di coodecisione in materia energetica, ha snellito e semplificato i suoi procedimenti amministrativi prendendo a modello gli standard europei più virtuosi dei nostri. Anche gli atti del progetto Tap possono beneficiare di una base giuridica più solida ed efficiente. L’autorizzazione unica, oltre alla dichiarazione di pubblica utilità, comprenderebbe deroghe, pareri e autorizzazioni paesaggistiche e le stesse varianti urbanistiche necessarie. Una sconfitta per il potere locale bloccato in una sterile contrapposizione.

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