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Luigi de Secly (1897-1970) fa parte del piccolo mondo dell’Italia minoritaria decisivo nella fasi di crisi acuta e di depressione del carattere popolare. Così la figura del giornalista e intellettuale leccese, direttore de «La Gazzetta del Mezzogiorno» dall’ottobre 1943 al 1961, emerge con forza dall’oblio della sua casa di via Palazzo dei Conti, nella quale si era rifugiato, polemico e orgoglioso, dopo gli anni della direzione
La Puglia libera e aperta del direttore de Secly
di TONIO TONDO

Luigi de Secly (1897-1970) fa parte del piccolo mondo dell’Italia minoritaria decisivo nella fasi di crisi acuta e di depressione del carattere popolare. Così la figura del giornalista e intellettuale leccese, direttore de «La Gazzetta del Mezzogiorno» dall’ottobre 1943 al 1961, emerge con forza dall’oblio della sua casa di via Palazzo dei Conti (che molti indicano essere stata l’abitazione della principessa Maria d’Enghien agli inizi del Cinquecento), nella quale si era rifugiato, polemico e orgoglioso, dopo gli anni della direzione.
Pochi uomini, tra quelli che hanno avuto importanti incarichi pubblici, sono capaci di elevare la propria sensibilità morale e culturale nella solitudine. Ancora meno chi fa del proprio spirito di libertà la forza per respingere compromessi e mantenersi onesto e integro e per superare le difficoltà e le delusioni della vita.

De Secly, nell’Italia mediocre, superficiale e assordante del fascismo, scava dentro di sé e si appella alla sua intransigenza morale, quasi una forza religiosa, come criterio della propria vita e di valutazione degli eventi collettivi. Valori questi indispensabili per scuotere, oggi, un Paese in gravi difficoltà civili ed economiche. Anche per tale ragione, la sua figura esce finalmente dalle stanze stracolme di libri (almeno 15mila), appunti, lettere, articoli, riviste, dove ha atteso per decenni, e si rivela a un vasto pubblico, locale e nazionale.
Grazie anche all’importante volume (Luigi de Secly, Diario 1941-1945, Mario Adda editore), curato da Antonella Pompilio, studiosa dell’Archivio di Stato di Bari, con le introduzioni del direttore Giuseppe De Tomaso e dello storico Giuseppe Galasso.

Ma non sta venendo fuori solo de Secly morale, «uomo diritto, leale, severo con se stesso e gli altri», virtù attribuite al mitico direttore del «Corriere della Sera», Luigi Albertini, cacciato dal fascismo nel 1925 e che lui «vuole imitare»; né la figura dell’intellettuale pessimista, amante della storia che eleva Benedetto Croce a maestro assoluto. Dal ricco patrimonio librario e di vita si libera una dimensione «nuova» e attuale di de Secly: esperto di geopolitica, attento valutatore di vicende militari e delle forze in campo umane e tecniche, dall’Africa ai Balcani al Medio Oriente alla Russia, studioso delle risorse economiche e finanziarie dei Paesi coinvolti nella seconda guerra mondiale e di quelli, pochi, che si sono mantenuti estranei, esaminatore realistico delle possibilità dell’Italia, attento osservatore della politica e della diplomazia.

«È una grande sorpresa, ci troviamo di fronte a una miniera non solo di libri, ma di relazioni internazionali da parte di politici ed esperti di tutto il mondo, e in più di appunti, riflessioni e note a margine nelle pagine di volumi e rapporti», rivela con sorpresa Fiorella Perrone, ricercatrice dell’Università del Salento, che insieme a Lucio Tondo e Daniele De Luca ha avviato il lavoro di riordino della biblioteca-archivio.
De Secly aveva nella mente la biblioteca di Croce a Napoli con 50mila volumi, molti inglesi, americani, francesi, tedeschi, giapponesi e anche cinesi. «Non si può descriverla, la si può solo vivere», annota disorientato. Realizzare una cosa simile sarebbe stato impossibile, ma il modello era quello. Una biblioteca con tutto il sapere, dalla filosofia all’ar te, dalla storia all’economia, dalla politica alla scienza militare, ma anche gli avvenimenti e le notizie. De Secly è bravissimo a raccoglierle. Può contare su una rete di informatori sterminata, in Italia e all’estero, tra i militari e nei governi. Libri, lettere, scambi di pensieri, appunti lampo, segnano ogni fatto.

Esempio: lo spazio vitale della Germania, trattato dal punto di vista ideologico, politico e militare. «Hitler – sottolinea sicuro – vuole germanizzare l’Europa con le armi asservendo tutto il continente alla forza militare, politica e finanziaria dei tedeschi». Mussolini pensava a un’Italia imperialistica e padrona del Mediterraneo. Un’illusione, ribatteva.

Il Salento degli anni Venti e Trenta è uno scrigno culturale. De Secly comincia a lavorare a Bari, al «Corriere delle Puglie», nel 1921. Si è formato a Lecce, passeggiando lungo le stradine del centro storico con Pietro Marti, intellettuale energico, nonno di Vittorio Bodini, maestro elementare e fondatore di riviste e giornali. «Quello dell’intellettuale deve essere un apostolato e una missione». Il giovane de Secly assorbe. I caffè di piazza Sant’Oronzo sono ritrovi dei pochi liberali. Il fascismo negli anni Venti si era rafforzato ed era diventato aggressivo e minaccioso. Dopo l’uccisione di Matteotti (1924) molti tirano i remi in barca. Anche de Secly deve piegarsi per poter conservare il posto di giornalista.
A Lecce Marti spera di poter utilizzare i pochi spazi aperti, poi capisce che il fascismo è totalitario e si chiude negli studi eruditi che non fanno male alla politica. Nel Salento, a Casamassella, c’è la famiglia di Antonio De Viti De Marco. Spesso arrivava la moglie di Croce, Adele, in visita a Carolina, sorella dell’economista. De Secly conosce gli studi di De Marco, uno dei pochi docenti universitari che rifiutano di giurare fedeltà al regime e stimato da Einaudi. A Bari, ogni giorno de Secly fa la sua visita alla libreria Laterza. Novità? La sua biblioteca cresceva e si arricchiva. Ma i salentini soffrono la sindrome dell’esilio. Il ritorno è sempre presente come angoscia e urgenza.

Lavora per 41 anni a Bari, che davanti ai suoi occhi da paesone diventa città, ma la sua aspirazione è il ricongiungimento con le radici. Lecce, con la sua grande casa dove ha vissuto con la moglie Lucia e la figlia Luce. Ma anche a Monteroni dove la moglie aveva comprato due tomoli di terra che il direttore sognava di trasformare in una bella abitazione di campagna circondata da un giardino. Ne aveva parlato con Croce. «Spero di diventare bravo come te ad amministrare la campagna», aveva confessato al filosofo.

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