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Lecce, lettera del Papa convince 30 detenute a non disertare la messa

di GIANFRANCO LATTANTE
LECCE - Disertano la chiesa e non partecipano alla messa dopo la scomunica ai mafiosi di papa Francesco. Trenta detenute, quelle ristrette nella sezione di massima sicurezza della Casa circondariale di Lecce, hanno rifiutato di partecipare alla funzione religiose. Lontano dall’altare perché non hanno mandato giù l’anatema del Pontefice contro le mafie e i mafiosi. Lo «strappo» è stato ricucito dallo stesso papa che ha inviato una lettera alle detenute leccesi spiegano che la scomunica non riguarda coloro che sono in carcere
Lecce, lettera del Papa convince 30 detenute a non disertare la messa
di Gianfranco Lattante

LECCE - Disertano la chiesa e non partecipano alla messa dopo la scomunica ai mafiosi di papa Francesco. Trenta detenute, quelle ristrette nella sezione di massima sicurezza della Casa circondariale di Lecce, hanno rifiutato di partecipare alla funzione religiose. Lontano dall’altare perché non hanno mandato giù l’anatema del Pontefice contro le mafie e i mafiosi. Un grido che ha inciso le coscienze delle detenute, condannate per mafia, e che sono madri e mogli di mafiosi. Lo «strappo» è stato ricucito dallo stesso papa che ha inviato una lettera alle detenute leccesi spiegano che la scomunica non riguarda coloro che sono in carcere.

«La situazione adesso è tornata alla normalità - raccotta don Sandro D’Elia, cappellano del carcere di Lecce - Il papa, attraverso l’Ispettore dei cappellani d’Italia, ha mandato un messaggio alle detenute di Lecce precisando che la scomunica non è per coloro che sono in regime di restrizione, ma è per tutti quelli che continuano ad operare per il male».

Il messaggio di Bergoglio ha riportato la serenità fra le detenute, le ha riconciliate con la fede e pacificato le coscienze.

L’anatema contro i mafiosi «che nella loro vita hanno scelto questa strada di male e che non sono i comunione con Dio» è stato lanciato da papa Francesco il 21 giugno scorso. Quello del Pontefice è stato un grido contro la criminalità organizzata, pronunciato dall’altare durante la messa nella Piana di Sibari, davanti a oltre duecentomila persone: «I mafiosi sono scomunicati. La 'ndrangheta va combattuta, perché adora i soldi e non il bene comune».

Quelle parole hanno scatenato la «ribellione» delle trenta detenute. Hanno sentito la scomunica abbattersi su di loro: sono state condannate, infatti, per i loro legami con le «ndrine» calabresi, con le cosche della camorra, con i clan della Scu brindisina e leccese, con le famiglie siciliane.

«Se siamo state scomunicate, a messa non vale la pena andarci». Così hanno cominciato a disertare le funzioni religiose della domenica pomeriggio. Un caso analogo è avvenuto anche nel penitenziario di Larino, dove nella sezione di alta sicurezza (che ospita i condannati per mafia), quasi duecento ristretti si sono rifiutati di partecipare alla messa celebrata in carcere. Una forma di ribellione a metà strada «fra la ritorsione e lo smarrimento».

Le detenute di Lecce non si sono limitate a manifestare il proprio disappunto per la scomunica al cappellano.

«Quando ho visto che la liturgia veniva disertata in massa - continua don Sandro - sono andato in sezione per incontrare le detenute che mi hanno rappresentato il loro disorientamento, la loro disapprovazione. Ho cercato di chiarire che la scomunica non era diretta a loro. Ma, forse, non mi hanno creduto».

Così hanno deciso di scrivere papa Francesco. «Hanno mandato una lettera al Santo Padre - racconta don Sandro -. Il messaggio è stato sottoscritto da tutte le detenute che avevano deciso di non partecipare alla messa. Il papa ha letto la loro lettera ed ha risposto attraverso il Cappellano d’Italia»

La lettera di Bergoglio è giunta venti giorni fa nel carcere di Lecce. E don Sandro ha provveduto a fotocopiare il testo, consegnando un duplicato ad ogni detenuta.

Adesso la messa è di nuovo frequentata nel carcere della Casa circondariale di borgo San Nicola. E l’ombra della scomunica si è dissolta.

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