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L’estremo Salento dell’arte raccontato su un vaso antico
di Giacomo Annibaldis

LECCE - La Puglia ha il vanto di apparire sulla più antica mappa geografica dell’Occidente, la prima che ci sia pervenuta. Meglio: più che la Puglia, l’estremo Salento. Si tratta del coccio di un vaso in vernice nera (attico o in stile Egnazia) ritrovato nel 2003 a Soleto da archeologi belgi (T. van Conpernolle): un reperto eccezionale, tanto che non fu subito preso sul serio. L’ostrakon, databile presumibilmente al III secolo avanti Cristo, presenta, graffita sulla sua superficie, la sagoma della penisoletta iapigia, con tanto di onde del mare a indicare sia lo Ionio, da una parte (e con l’iscrizione TARAS per definire il golfo di Taranto), sia l’Adriatico, dall’altra; nonché una decina di località con i loro microscopici nomi messapici. Tra questi, l’indicazione di Otranto, di Soleto, di Ugento… e di Vaste (le tre lettere: BAS).

L’antica Bastae era, dunque, tra le più rilevanti polis messapiche dell’epoca: difatti si fa risalire al III secolo a. C. la sua acmé, allorché gli abitanti vollero difendere la città con una possente cinta muraria, a delimitare una vasta area interna; e allorché i principi guerrieri iapigi vollero lasciare ricordo di sé attraverso lussuose tombe in ipogei. Le tracce sono ancora visibili nel sito archeologico di Vaste, a Poggiardo: denominato, con turistica suggestione, il Parco dei Guerrieri. Ma la storia di Vaste non si limitò al periodo messapico, la città sopravvisse fino al XII secolo, allorché, come i documenti ci dicono, fu rasa al suolo dal normanno Guglielmo il Malo nel 1147, dieci anni prima che la stessa sorte toccasse a Bari, in un energico tentativo del sovrano normanno di spegnere i numerosi focolai di ribellione e di autonomia riemersi soprattutto nel territorio pugliese, ancora proiettato verso Bisanzio.

I resti di Vaste sono ora visibili nel sito che si estende praticamente dalla periferia di Poggiardo, la cittadina che si distende sulle murge salentine, affacciandosi sull’Adriatico, ma contemporaneamente vicina anche allo Ionio: «tra i due mari», dunque, come suggerisce la parola stessa di Salento (con indubbio vantaggio per i villeggianti, che, a seconda del clima e dei venti, possono decidere di riversarsi verso l’una o l’altra costa).

Alcuni reperti dell’antica Vaste li si possono vedere nella collezione conservata nel vicino palazzo baronale: ben poca cosa, in realtà, rispetto alla ricchezza che la polis poté vantare e che è suggerita da reperti conservati in altri musei. Basterebbe rimandare alle cariatidi che vigilavano all’ingresso di uno degli ipogei messapici: tre di esse, insieme a uno dei bassorilievi «ellenistici», fanno bella mostra di sé nel Museo archeologico di Taranto; la quarta cariatide, invece, insieme a un altro bassorilievo, è conservata nel Museo Castromediano di Lecce… Benché la statistica dei ritrovamenti archeologici abbia documentato che molte delle tombe «vastine» non presentavano corredi molto ampi, l’ipogeo delle cariatidi da sola parla chiaro sull’importanza dell’aristocrazia locale, di una Bastae che, quasi certamente, dovette allearsi con Roma durante la guerra contro Annibale (a differenza di Ugento), e ne fu premiata con il riconoscimento di città alleata.

Nella chiesa di Vaste (che è una frazione di Poggiardo) si onorano i santi Alfio, Cirino e Filadelfo, che qui nacquero nella prima metà del III secolo. I tre giovani fratelli apuli furono però – secondo la leggenda – martirizzati in Sicilia nel 253 d. C. E lì godono di un consolidata devozione, tra Lentini e Catania (Alfio, la cui lingua fu tagliata, è protettore dei muti). E tuttavia, ogni volta che si visiti le belle cripte istoriate di Vaste e Poggiardo, grande è la tentazione di individuare il loro volto tra le sfilate di santi affrescati.

A Vaste la Cripta dei Santi Stefani (così detta per la presenza di almeno tre raffigurazioni del protomartire) è una delle più importanti di Puglia, soprattutto per numero e valore degli affreschi. Scavata totalmente nel tufo, ha una pianta di piccola basilica, in cui la presenza di un muricciolo liturgico, che separava il clero officiante dai fedeli, lascia ritenere che qui si celebrava il rito greco. Il ciclo di dipinti – pur molto rovinato: negli anni Trenta del ‘900 la grotta veniva ancora usata per farvi asciugare il tabacco – si data dall’XI secolo al XIII, ma con presenze di affreschi del XIV e del XV-XVI. Tra martiri e beati e un Cristo tra gli arcangeli Michele e Gabriele, spicca la non ordinaria presenza del profeta Zaccaria (non il padre di san Giovanni Battista, ma l’autore del testo biblico, che molto si assimila alle visioni dell’Apocalisse).

Fa il controcanto a questo empireo di santi un’altra cripta di indiscusso valore artistico e iconografico. È la cripta di Santa Maria degli angeli a Poggiardo. Scoperta nel 1929, anch’essa presenta un complesso ciclo pittorico, salvato dalla distruzione attraverso un processo di affettamento del tufo superficiale, quello con affreschi: ora essa è ricostruita secondo la sequenza originale nel museo della cripta di Santa Maria, in piazza Episcopo di Poggiardo. Anche qui un trionfo di Madonne e arcangeli e santi, da Nicola a Giovanni evangelista, da Giorgio con il drago a Stefano protomartire, e, inevitabilmente santi greci come Demetrio, Gregorio, Anastasio… Un paradiso racchiuso in una grotta.

Come sottolineò Alba Medea studiosa di civiltà rupestre, «raramente la numerosa serie di cripte disseminate nelle gravine o scavate nel suolo di Puglia ci ha offerto un insieme decorativo così omogeneo, così libero dalle inevitabili sovrapposizioni di immagini… dove trionfa una minuziosa preziosità, una meticolosa cura nella rappresentazione delle ricche stoffe ricamate e delle bianche perline profuse ovunque».

Dal dipinto su pareti di tufo alla decorazione in pietra, il passo è breve: nella chiesa matrice di Poggiardo, dedicata al SS. Salvatore, il tardo barocco leccese si infioretta negli altari con colonne tortili, affollate di festoni floreali. Ma anche altari in carparo dipinto, a simulare il marmo «alla napoletana». Ad arricchire la chiesa è l’altare della Madonna del rosario, con una tela ormai riconosciuta del grande pittore molfettese, Corrado Giaquinto, databile appunto verso il 1737. In questa chiesa fu ordinato sacerdote san Giuseppe da Copertino, cui è dedicato un altare: da qui insomma l’umile fraticello (ignorante e per questo patrono degli studenti) incominciò a volare, staccando la sua ombra da terra.

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