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Cotroneo: «Per il Salento non bastano i vip in masseria e la Taranta»

di GLORIA INDENNITATE
Un'intervista a tutto tondo. Innamorato del Salento da tempi non sospetti. «Io non amo gli atteggiamenti tipo: “io c’ero da prima”. Non è questo il punto. Il primo Salento che ho visto era nel 1989. Certo che era diverso. Il brand “sole, mare e vientu“ non c’era ancora. I paesi erano semplici, anche se alcuni già violentati dalla speculazione edilizia, e Lecce sembrava magica»
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di GLORIA INDENNITATE

Roberto Cotroneo è uno scrittore e un esteta della scrittura. Recente il suo libro Il sogno di scrivere (Utet ed., euro 14,00), un saggio in forma di romanzo sui processi creativi che portano a narrare storie.
La prima domanda è: si nasce con il Dna della scrittura o lo si costruisce negli anni? «Non lo so. È strano, ogni volta oscillo: penso che si nasca con un talento. Oppure mi convinco che è un’arte, un lavoro, una costanza che porta alla capacità di scrivere. Alla fine resto in una terra di mezzo. Ma sono certo che si può scrivere molto bene anche se non si ha il talento. Mentre soltanto con il talento non si scrive. Questo è certo. Ci vogliono sudore, fatica e applicazione».

Il nuovo libro scaturisce da un’esigenza interiore o da richieste dei suoi lettori attraverso anche l’intenso rapporto che lei conserva sui «social network»? «I libri spesso hanno punti di partenza molto più casuali di quanto si pensi. Poi però prendono un senso. Non avevo mai scritto un romanzo sulla scrittura, una storia del perché si scrive e di cosa succede nella mente delle persone quando iniziano a lavorare a un testo. È stato un libro facile per me. È stato come tirare dal mare una rete dopo vent’anni di attesa, dopo vent’anni di corsi, lezioni e seminari. Il risultato ha sorpreso anche me».

«Proporlo nelle classi, i ragazzi se ne innamoreranno», tanto annota, ci spiega perché? «È un libro che incoraggia, che non punisce, che non spaventa. Accoglie, regala. È un testo generoso, empatico. Preferisco un mondo di scrittori a un mondo di lettori acidi e antipatici. E soprattutto penso che scrivere sia u n’esperienza meravigliosa, per tutti».

Lei sottolinea quanto sia importante saper scrivere un diario personale oppure un semplice biglietto di auguri. È ferma la sua convinzione che vi siano persone animate dalla voglia di scrivere (e bene) senza trasformarsi necessariamente in scrittori di professione? «Sì, ne sono convinto. Pubblicare, farsi conoscere è una bella cosa. Gli scrittori non scrivono mai per loro stessi, ma per i lettori. Dopo, certo, dipende dalle ambizioni. A volte bastano gli amici, o dei lettori particolari ai quali vogliamo far arrivare un messaggio. Scrivere è raccontarsi. E raccontarsi, non lo dimentichi, è terapeutico. Freud e Jung ci hanno costruito una fortuna su questo».

Una curiosità: quali sono gli errori (di forma e contenuto) più frequenti che ravvisa fra i suoi allievi? O ancor più per esteso sui giornali, in tivù o sul web? «Non si tratta di errori veri e propri. La gente scrive meglio rispetto a un tempo, è difficile leggere veri e propri strafalcioni. Ma si impoverisce il lessico, e si impoveriscono le costruzioni delle frasi. Sempre più semplici. In questo senso c’è ancora da lavorare. Bisogna ampliare il dizionario. E invito a leggere i dizionari come fossero dei magnifici romanzi. Scoprire parole nuove è come viaggiare in terre sconosciute».

Senta, il libro più amato è sempre l’ultimo? «No. Il libro più amato è amato per motivi incomprensibili. Valgono le regole dell’amore e della passione anche per i libri. Non c’è mai una spiegazione completa e indiscutibile, nessuno sa fino in fondo perché ama una persona, o perché ama un proprio libro».

Perché in Italia si scrive tanto e pare si legga sempre meno e fugacemente? «Non è vero. In Italia si scrive poco, e si legge molto più di un tempo. Poi è vero, e lo dicono le statistiche, che in Italia si legge meno che in Germania o in Francia. Ma parliamo di libri, di narrativa, di romanzi e poesie, di giornali e riviste. La lettura non è più soltanto questo. La lettura è internet, sono i social network. Di media ogni persona consulta 150 volte al giorno il proprio smartphone. In quelle 150 volte va comunque e sempre a leggere qualcosa. La lettura di mail, le storie sui social, la consultazione dei motori di ricerca ha esteso la lettura oltre ogni immaginazione».

Rimodulando una celebre frase: se è vero che i sogni aiutano la vita, quanto può farlo la scrittura? «La scrittura è sacra. Il sacro usa la scrittura per raccontarsi, da sempre. La scrittura è narrazione ed è salvifica. Genera il mondo come nella Genesi, e giudica l’umanità come nell’Apocalisse. Dalla scrittura non si prescinde. E lo vediamo di giorno in giorno. Abbiamo temuto, un paio di decenni fa, che la scrittura potesse scomparire. Ma il web l’ha resuscitata. Oggi scrivono tutti. E sarà sempre più così».

«L’ora di tutti» di Maria Corti, lo ha riletto dopo vent ’anni. Cosa ha «scoperto» di diverso? «Lo ricordavo come un bel romanzo storico, intenso. Molto realista. Nel 1962 quando uscì, l’influenza di certa narrativa neorealista era ancora forte. Lo ricordavo come un romanzo ideologico, pieno di pietas, e distaccato da enigmi e misteri su Otranto. L’ho ritrovato meno neorealista e più “sudamericano”. È un realismo magico, che trae dalla storia la sua capacità di sorprendere. Maria Corti è stata una scrittrice più importante di quanto si possa immaginare».

(La notizia completa sull'edizione della Gazzetta in edicola o scaricabile qui)

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