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Violinista che ha commosso Muti, disoccupata a 31 anni

ROMA – "La faccia pulita dell’Italia, il punto da cui partire per ricostruire tutto". Così Riccardo Muti, nei giorni scorsi a Spoleto parlava dei "suoi" ragazzi, quelli dell’orchestra della Cherubini, selezionati tra i migliori in campo da commissioni di livello internazionale, e che "quest’estate sono...
Violinista che ha commosso Muti, disoccupata a 31 anni
ROMA – "La faccia pulita dell’Italia, il punto da cui partire per ricostruire tutto". Così Riccardo Muti, nei giorni scorsi a Spoleto parlava dei "suoi" ragazzi, quelli dell’orchestra della Cherubini, selezionati tra i migliori in campo da commissioni di livello internazionale, e che "quest’estate sono disoccupati e ognuno si troverà un lavoretto, magari da bagnino o cameriere, mentre arriva in Italia da Oltreoceano un’orchestra giovanile straniera".

Tra quei ragazzi, mentre provava al teatro Caio Melisso il Concerto per un amico, dedicato a Candido Speroni, scomparso quest’anno, amante della musica e marito di Carla Fendi, Muti era rimasto colpito dalle parole commosse di una violinista. Quella ragazza – aveva raccontato – gli aveva detto che forse quello, sulle note del Concerto per pianoforte e orchestra in do minore n. 3 di Ludwig van Beethoven, solista David Fray (giovane genero di Muti), e la Sinfonia in do minore n. 4, detta Tragica, di Franz Schubert, sarebbe stato il suo addio alla musica, l'ultimo concerto della sua vita.

Quella ragazza si chiama Roberta Mazzotta ed è nata il 18 luglio del 1983 a Lecce, per questo compie 31 anni proprio oggi, raggiungendo così il limite di età massima per rimanere nella Cherubini. Deve lasciare l’orchestra giovanile fondata da Muti e forse, come spiegava il maestro, vista la drammatica situazione italiana, non troverà mai più lavoro come musicista e dovrà riporre il suo violino nella custodia.
"Sono nata a Lecce – racconta Roberta in un’intervista all’ANSA – e un pò forzata dai miei genitori, un pò per gioco, a 6 anni ho iniziato a suonare, poi ho continuato e a 9 ero al conservatorio. Da subito ho amato il repertorio classico, Mozart, Bach. Negli ultimi due anni del conservatorio (dove si è diplomata con 10/10 ndr.) ho fatto l’audizione per l’orchestra di Fiesole". E’ da lì che poi, nel 2006, tra un lavoretto e l'altro, fu chiamata dalla Cherubini.

"Alla Cherubini avevano avuto il nome dalla Fiesole e mi presero. Il primo anno facemmo il concerto inaugurale al Teatro dell’Opera di Roma per il festival del cinema. All’inizio mi chiamavano sporadicamente, poi sempre più spesso per appuntamenti importanti". Inizia così la sua avventura straordinaria: tre edizioni del Festival di Pentecoste presso l'Haus fur Mozart di Salisburgo, cinque edizioni del Ravenna Festival, ma anche i concerti a Madrid, come quello di quest’anno con il requiem a Toledo in onore del quattrocentenario di El Greco, e sempre a Madrid lo scorso anno il don Pasquale.

"La tournèe più bella quella in Argentina, a Buenos Aires al Colon, con il don Pasquale, e poi invece senza Muti in Oman e Bahrein, per fare Verdi. Ma il concerto più emozionante – racconta ancora – fu quello a Nairobi, Le vie dell’amicizia, nel 2011 con il Va pensiero e il coro dei bambini della scuola africana. C'era un clima irripetibile, un momento indimenticabile".

Con l’Orchestra Cherubini lavora con Maestri come Alexander Lonquich, Bertrand de Billy, Michele Campanella, Wayne Marshall, Kurt Masur, Giovanni Sollima, Pinchas Zukerman, Donato Renzetti, Giovanni Di Stefano, Julian Kovatchev e Claudio Abbado (concerto-evento insieme all’Orchestra Mozart e all’Orchestra Giovanile Italiana presso il Paladozza di Bologna) esibendosi nei maggiori teatri italiani e internazionali.

"La Cherubini? E’ diventata come una famiglia per me – spiega - si instaurano rapporti d’amicizia veri e profondi. In tutta la mia vita musicale questa è stata la mia vera scuola, ho imparato a stare in un’orchestra grazie a Muti, all’amore e al rispetto per la musica che ha e trasmette agli altri. E’ stata un’esperienza indimenticabile e inequiparabile. Non ce ne saranno altre, altrove è diverso, non c'è la stessa passione. Ormai nelle orchestre fai il tuo, come il lavoro d’ufficio fai le tue ore e torni a casa, non ti rimane niente. Anche alla fine di Spoleto, vuoi che era un concerto particolare per me, rimane la soddisfazione e l’appagamento: è il lavoro che amo e che vorrei fare tutta la vita".

Ora, che farà? Andrà all’estero? "Non lo so cosa farò ora. Ad andare all’estero ho provato nel 2008 in Spagna, ho lavorato per sei mesi, poi anche lì ha chiuso l’orchestra. Anche l’orchestra di Lecce, quella della fondazione Tito Schipa rischia la chiusura. Mi piacerebbe rimanere in Italia".

Ma lo sdegno rimane. "La cosa che mi fa rabbia è che tanta gente che arriva ad avere un curriculum così, e non è da tutti suonare con Muti, in teatri importanti, non viene riconosciuto, l'amarezza mi fa pensare che sarei potuta rimanere a casa in tutti questi anni e adesso sarebbe la stessa cosa... Cosa dovrebbe cambiare? Non si decidono le priorità, si parla di disoccupazione e poi chiudono i teatri, si tagliano i fondi, è normale che le orchestre non sopravvivano, ne risente la musica, ne risente il paese. Però sembra che della qualità e della cultura non interessi a nessuno".

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