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LECCE – Quindici arrestati in Salento nell’operazione denominata 'Baia Verdè. Nel mirino le attività criminali del clan Padovano della Sacra Corona Unita, operante nella fascia costiera jonica salentina, soprattutto a Gallipoli, e le sue infiltrazioni nel tessuto economico dell’area, con ingenti interessi soprattutto nel settore turistico balneare. Durante le indagini sono state documentate anche ripetute intimidazioni ai danni di amministrazioni locali
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LECCE – Non più solo droga ed estorsioni. Seguendo il flusso fiorente delle attività imprenditoriali legate al turismo balneare salentino, i clan legati alla Sacra corona unita, senza trascurare i vecchia affari, hanno cominciato ad infiltrarsi nelle attività legate dell’estate delle località balneari di Gallipoli imponendo il loro controllo su tutto ciò che ruota attorno alla vita dei lidi e dei locali notturni, dalla gestione della security a quella dei parcheggi.

E' quanto emerge dall’inchiesta condotta dalla Procura antimafia di Lecce che oggi ha portato in carcere 15 persone legate al clan Padovano e ad altri gruppi mafiosi consorziati tra loro e affiliati alla Scu.

L'indagine denominata 'Baia Verdè è stata condotta dai Ros a partire dal marzo 2013 in collaborazione con i carabinieri della compagnia di Gallipoli e ha portato all’arresto, tra gli altri del giovane capo del clan 'Padovanò, il 25enne Angelo Padovano, figlio del capo storico Salvatore, e subentrato al padre dopo l'uccisione di quest’ultimo commissionata da uno zio, Pompeo Rosario, a sua volta condannato poi all’ergastolo.

Con il giovane boss è stato arrestato anche un suo cognato, Roberto Parlangeli, 37 anni, leccese, a capo di un altro gruppo mafioso alleato, operante su parte del capoluogo jonico e inserito organicamente nel clan "Tornese". L’alleanza tra i due gruppi, secondo gli investigatori, aveva consentito in breve tempo di ottenere il controllo delle attività economiche turistico balneari nell’area di Gallipoli.

L’organizzazione aveva di fatto rilevato la gestione dell’attività di security e dei parcheggi di locali pubblici e nei lidi balneari e di discoteche, riuscendo ad estromettere con minacce ed intimidazioni mafiose altri imprenditori che operavano nel settore. Tra questi, un imprenditore napoletano che, dopo avere subito numerosi attentati, aveva rinunciato all’appalto della vigilanza lasciando il campo libero alla criminalità.

Per ottenere il controllo sul territorio, il clan aveva anche minacciato e intimidito il sindaco di Gallipoli, Francesco Errico, colpevole di non avere garantito l’assegnazione dei parcheggi richiesti dalla cooperativa "Lu Rusciu te lu mare" gestita da Parlangeli tramite un prestanome.

L'attività intimidatoria aveva avuto effetto su tutti gli imprenditori della zona che, per timore di ritorsioni e attentati, non avevano più rinnovato l’incarico alla impresa di sicurezza napoletana finendo per rivolgersi alla società indicata dal clan.

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