Martedì 17 Settembre 2019 | 16:35

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«Salentineide» L’eterno «derby» tra Lecce e Bari

di ALBERTO SELVAGGI
Al termine di questa Salentineide, di questo bizzarro reportage a puntate, urge un ragionamento che è soltanto un confronto, un derby amichevole fra Lecce e Bari. La prima considerazione da stendere è che niente, o poco, è cambiato. Fra le città come tra i sostenitori delle rispettive squadre di calcio. La seconda contiene invece un seme rivoluzionario: non pochi baresi stanno diventando cultori della salentinità, mentre quasi nessun salentino abbraccia la baresità
«Salentineide» L’eterno «derby» tra Lecce e Bari
di ALBERTO SELVAGGI

Al termine di questa Salentineide, di questo bizzarro reportage a puntate, urge un ragionamento che è soltanto un confronto, un derby amichevole fra Lecce e Bari. Alla luce di una rivalità per il primato regionale che si è risolta, per citare un caso, durante le festività pasquali, nella rissa fra leccesi e baresi detenuti nel carcere Borgo San Nicola, reparto C2, Sezione Quarta. La prima considerazione da stendere è che niente, o poco, è cambiato. Fra le città come tra i sostenitori delle rispettive squadre di calcio. La seconda contiene invece un seme rivoluzionario: non pochi baresi stanno diventando cultori della salentinità, mentre quasi nessun salentino abbraccia la baresità, perché questa ha in sé una filosofia morale e un’appar tenenza più sfumate. Giudicare, soppesare sono pratiche abiurate per convenzione dal relativismo contemporaneo.

Ma la storia stessa prova che viviamo tutti selezionando, e per di più per classi, se non razze: dal verminaio infimo fino agli ambienti del miraggio di superiorità. Per cui anch’io proverò a farlo; entro la limitatezza del mio sguardo, come il resto dell’umanità. Il turismo dei corregionali segue la direttrice Sud e non quella contraria. I baresi si precipitano in massa verso l’Africa, i leccesi raramente intraprendono rotta contraria. Tanto che perfino i detrattori della pizzica modaiola, dopo aver visitato, essersi immersi nel Salento fatato, sono costretti a rimangiarsi tutto, a parte lo zinghe e zanghe onnipresente dei tarantati. Fino a convincersi che Lecce meriti il titolo di capoluogo più di Bari.

SENSO NAZIONALE - Tale capacità attrattiva, che si esprime anche nei settori turistico e artistico, deriva da una condizione radicata da secoli, non anni: l’orgoglio salentino patrio schiaccia l’in - dividualismo levantino di Bari. Capoluogo nel quale si scende in piazza soltanto se i proprietari gettano in mare la società di calcio; per il resto si può anche morire di fame, è uguale. Il Salento è uno stato a sé, visceralmente, orgogliosamente identitario, esponenzialmente separatista, con codici propri e un sentire di comunità cantato ovunque, dalle magliette alle scritte nei locali, che accomuna i nobili (i più numerosi e selettivi di Puglia) ai poveracci. Mentre il Barese non è una nazione: inni e slogan, oltre che meno frequenti, vengono proposti con compiacimento autoironico o quasi. Nessuno può negare che il dialetto del capoluogo pugliese è più volgare di quello leccese, che al peggio suona cantilenante. Perché forse è tale rispetto a qualunque altro. La bellezza artistico monumentale di Lecce è per distribuzione numerica superiore a quella di Bari. Lo stesso dicasi per la naturale eleganza. Espressa in tutto, financo nella produzione vinaria. Il vino più salutare sul mercato, carico di antiossidanti, è il negroamaro. Primeggia sul nero di Troia, secondo classificato. Da noi finalmente si parla di una Birra San Nicola: il Salento vanta una produzione raffinata da anni. Per cui non tutti i fenomeni nascono per moda o per caso.

ONDE E FOCACCIA - Non lasciamo stare i santi né scherziamo coi fanti: Nicola di Myra stravince su Oronzo che benedice l’omonima piazza leccese dall’alto. Non c’è gioco, 5-0 già in territorio pugliese, e a livello internazionale non ne parliamo. Sul campo della gastronomia il derby si gioca con un certo vantaggio per Bari, anche per la fama conquistata dai piatti. Secondo gli alimentaristi, inoltre, la cucina del capoluogo identifica meglio il trionfo vegetale nella dieta mediterranea. La focaccia barese ha un effetto droga sul palato, schiaccia la puccia come uno scarafaggio. Ma spesso ha la digeribilità di un rinoceronte di massa fermentata. Bari tiene lu mare, Lecce ha soltanto il carparo. Ma il mare salentino già nel circondario è superiore a quello della provincia di Bari, di scoglio e di sabbia. Un po’ Sardegna, un po’ Caraibi. Il turismo solitamente viene gestito con maggiore, contagiosa spontaneità, e in cambio di prezzi più bassi. Nell’editoria la palma va a Bari, e non soltanto grazie a istituzioni quali la Gazzetta e la Laterza post-crociana, agli scrittori che vendono parecchio o abbastanza. I periodici più preziosi stampati, fra Ottocento e primi Novecento, sono tuttavia stati i leccesi, e già parlavano di Grande Salentu e tradizioni arcaiche. Nel calcio il biancorosso spernacchia il giallorosso, classifiche alla mano. Politicamente la supremazia barese incalza: un Raffaele Fitto strapotente da una parte, baresizzato alquanto già prima degli anni di governatorato, e Nichi Vendola salentinizzato e pizzicato dall’altra, ma attorniato da numerosi colleghi conterranei che messi insieme fanno armata. La pizzica è una mezza bufala, oltre ad appartenere a tutta la pugliesità. Ce l’ha propinata la sinistra modaiola secondo il metodo di conquista culturale gramsciano. Ma resta il fatto che, con l’antropologia del tarantismo, attira da decenni studiosi di fama. Popstar. E che, pur nella sua ripetitività, esiste, su un glorioso passato, mentre Bari non ha nulla in campo di tradizione musicale popolare: zero totale. Per non parlare dei balli, che dilagano all’estero come nella stessa Bari coi dannati gruppi di tamburellari: zinghe e zanghe, zinghe e zang.

APOSTOLATO - Sul campo dei divi rock e hollywoodiani stagionalmente catturati, Lecce batte Bari 10 a 0. In turismo d’élite e culturale anche, in fermento artistico, amen. E non ci riferiamo qui ai validi Negroamaro, o alle Emma e alle Amoroso, che invece meritano, a essere buoni, un «mah…». Altro gol per il Lecce: il livello medio di bellezza e grazia delle donne generate. La tradizione commerciale di Bari ha ragione di quelle di chiunque altro. Ma non nel campo della gentilezza di commessi e negozianti, che vede primeggiare – e non ci vuole tanto – Lecce, alla grande. Ai leccesi i baresi rimproverano la puzza sotto il naso, l’atteggiarsi fiorentinesco detestabile. Hanno ragione, in parte. Può capitare. Ma vogliamo parlare della spocchia grezza del barese-tipo, della degnazione di zotici danarosi mercatanti, o di professionisti assurti a notorietà nel perimetro di ben quattro isolati? Meglio falsi e cortesi che cafoni sinceri e ipocriti uguale. Ci fermiamo con una nota pacificante. Arrivato a Lecce incoccio nelle simpatiche commesse di Desigual, in Macedonia Madness, anche questo gemello del negozio noto nel capoluogo a torme giovani rockettare. Come a Bari a Lecce spendi da Elio Zema, mangi dai Fratelli La Bufala, preghi nella parrocchia San Nicola di Myra. Sui manifesti leggi di serate «El Chiringuito», nome del più affollato luogo di ritrovo, sul vecchio porto del capoluogo regionale. In Piazza Sant’Oronzo fissi l’insegna della gioielleria di Mario Mossa: «Nàh!, pure qua, come in via Sparano ». McDonald, come sulla piazza barese intitolata a Moro, statista di Maglie. La Feltrinelli e perfino le carte unte menate nell’anfiteatro, come nel fossato del Castello Svevo. E pensi che ogni luogo è la tua casa. Che tutto nel fluire è uguale. E che ciò vale perfino per Lecce e per Bari.

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