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Salviamo i resti dell’abazia di Casole, la “Cluny” salentina che sta per scomparire per sempre. Arriva forte l’appello alle istituzioni e al mondo della cultura a bloccare il degrado che sta inesorabilmente portando a cancellare una delle più antiche abazie italiane, oggi in proprietà privata, che sorge a sud di Otranto. Casole secondo una tradizione consolidata, fonderebbe le sue origini al VIII secolo
Campagna «social» per strappare al degrado il tesoro di Casole
di MAURO CIARDO

«Salviamo i resti dell’abazia di Casole, la “Cluny” italiana che sta per scomparire per sempre». Arriva forte l’appello alle istituzioni e al mondo della cultura a bloccare il degrado che sta inesorabilmente portando a cancellare una delle più antiche abazie italiane, oggi in proprietà privata, che sorge a sud di Otranto. Casole secondo una tradizione consolidata, fonderebbe le sue origini al VIII secolo dopo Cristo ma è con la ricostruzione eseguita tra il 1098 e il 1099, per volontà di Boemondo I figlio del normanno Roberto il Guiscardo, che l’importanza di questo sito assume fama mondiale, soprattutto grazie alla ricchissima biblioteca. All’interno delle mura venivano ricopiati a mano migliaia di testi e quest’abazia ha rappresentato la prima, vera scuola pubblica di terra d’Otranto grazie all’apertura verso l’esterno dei propri spazi.

Per trovare un paragone simile in Europa bisogna andare nella francese Cluny, uno dei centri più importanti del medioevo centrale. Qui visse il monaco basiliano Pantaleone, che nel 1163 realizzò il mirabile mosaico pavimentale nella cattedrale idruntina, qui l’abate Nettario fondò una scuola poetica intorno al 1219 e sempre in questa sede nacquero i primi caratteri della cultura nazionale nei primi decenni del XIII secolo. Il declino del monastero intitolato a San Nicola, accademia di lettere greche e latine, coincise con la presa di Otranto da parte dei Turchi nel 1480.
Da quel momento il vastissimo patrimonio librario venne disperso e oggi si conservano in alcune biblioteche sparse per il mondo solo poche centinaia di volumi. Si tratta di un “corpus” di 834 testi prelevati solo pochi anni prima (alcuni sostengono “razziati”) nel 1468 dal cardinale Giovanni Bessarione patriarca di Costantinopoli, che li donò alla biblioteca Marciana.

Tra gli studiosi che si sono occupati delle sue vicende va menzionato soprattutto Cesare Daquino e in questi ultimi anni sono state tante le prese di posizione da parte di noti esponenti della cultura locale e nazionale che hanno invocato il recupero del complesso monastico. A gennaio di quest’anno venne presentata anche un’interrogazione parlamentare al Ministro per i beni culturali. Anche Provincia e Comune si stanno muovendo ma crepe ed erbacce sono ancora lì. Su Facebook è stata creata la pagina “Salviamo l’abazia San Nicola di Casole Otranto” curata da Francesco De Cillis in cui si invita a votare il sito nella campagna di tutela «I luoghi del cuore» promossa dal Fai. Un click che non costa nulla ma può dare speranza al recupero prima che sia troppo tardi.

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