l'appuntamento
A Gallipoli la decima edizione di FIGiLo: «Il giornalismo locale presidio di democrazia»
Parla il direttore scientifico del Festival dell’Informazione Giornalistica Locale
Gallipoli si prepara ad accogliere, dal 22 al 24 gennaio 2026, la decima edizione di FIGiLo, il Festival dell’Informazione Giornalistica Locale, appuntamento che in dieci anni si è affermato come uno dei principali spazi di riflessione, formazione e confronto sul ruolo dell’informazione nei territori. Un traguardo importante che il festival celebra con un programma ancora più articolato e con una scelta di forte valore simbolico e sostanziale: la nomina del professor Ruben Razzante a direttore scientifico. Razzante, professore di Diritto dell'informazione all'Università Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma, autore di numerosi volumi sulla deontologia giornalistica, tra cui il Manuale di diritto dell'informazione e della comunicazione, giunto alla decima edizione e punto di riferimento per la formazione dei giornalisti, Razzante accompagna il festival in una fase decisiva per il futuro dell’informazione, segnata dalla trasformazione digitale, dall’intelligenza artificiale e da una crisi diffusa di fiducia nei media.
Al centro del suo impegno, una convinzione netta: il giornalismo di qualità si difende con la formazione, il rispetto delle regole e l’adesione rigorosa alla verità dei fatti.
Nel suo ruolo di direttore scientifico di FIGiLo, quale cornice culturale e giuridica ritiene oggi indispensabile per difendere la qualità dell’informazione, soprattutto a livello locale? Dove si gioca, oggi, la credibilità del giornalismo?
«Credo sia fondamentale riscoprire il valore della formazione e quello della deontologia. Viviamo in un mare magnum della rete, dove circolano flussi indistinti di informazioni prodotte da chiunque. In questo contesto diventa essenziale rendere riconoscibile la professionalità giornalistica, distinguere il giornalismo di qualità da tutto il resto. I giornalisti devono marcare questa diversità e per farlo devono studiare, essere preparati sulle norme giuridiche e deontologiche che regolano il diritto di cronaca e, soprattutto, applicarle. L’affidabilità del giornalismo deriva dall’investimento che i giornalisti del presente e del futuro devono fare sulla formazione e sul rispetto della deontologia».
Lei insegna diritto dell’informazione, diritto europeo dell’informazione e deontologia giornalistica. Le regole attuali sono ancora adeguate a governare l’ecosistema digitale o siamo di fronte a un ritardo normativo e culturale?
«Le norme, in realtà, sono adeguate. Il nuovo Codice deontologico dei giornalisti, entrato in vigore il primo giugno, è uno strumento valido per governare l’esercizio del diritto di cronaca. Il problema non è la qualità delle regole, ma la loro applicazione. Se i Consigli di disciplina non intervengono sulle violazioni, se gli Ordini regionali non segnalano con attenzione le situazioni critiche, il rischio è quello di trasformare il Codice in un “libro dei sogni”: un elenco di principi che poi non vengono fatti rispettare. Se continuiamo a dire che i processi mediatici non si fanno e poi li vediamo ogni giorno, se affermiamo che la privacy è un valore fondamentale e poi viene sistematicamente violata, se la pubblicità è vietata ma nessuno sanziona chi presta volto e voce agli spot, allora è evidente che la partita è persa. È un problema di applicazione delle regole, non di assenza di regole».
Intelligenza artificiale, piattaforme digitali e comunicazione d’impresa stanno ridisegnando il confine tra informazione, marketing e narrazione. Dal punto di vista del diritto e della deontologia, dove andrebbe tracciata oggi una linea di responsabilità chiara?
«La linea di responsabilità va tracciata nella verità sostanziale dei fatti. Il giornalista, rispetto ad altre figure professionali, che hanno dignità e un ruolo nella filiera informativa, ha una specificità: è al servizio della verità. Chi fa marketing, comunicazione d’impresa o pubbliche relazioni è al servizio del business, del profitto, degli interessi. Il giornalista, invece, deve cercare la verità attraverso le fonti e riportarla fedelmente al lettore. Quando il giornalista rinuncia a questo ruolo, quando fa propaganda politica, pubblicità, o assume posizioni ideologiche e polarizzate sui social, perde credibilità. In quel momento la linea di demarcazione si sfuma e il giornalismo diventa altro: pubblicità, propaganda, difesa di interessi. E questo non è più giornalismo».
FIGiLo punta molto sulla formazione universitaria e sull’incontro con i giovani. Che tipo di competenze dovrebbe avere il giornalista del futuro per operare nei territori senza perdere rigore, autonomia e credibilità?
«FIGiLo arriva al decennale con importanti cambiamenti. Abbiamo costituito un comitato scientifico che unisce docenti universitari e giornalisti di lungo corso, con l’obiettivo di trasformare il festival in un laboratorio permanente, attivo tutto l’anno, accanto all’appuntamento fisso di gennaio. Vogliamo che FIGiLo diventi un biglietto da visita della buona informazione locale per il Salento e per la Puglia. L’informazione locale è il cuore pulsante della democrazia: mentre le cronache nazionali sono spesso appiattite su narrazioni convenzionali, la cronaca locale racconta le persone, le storie, le specificità dei territori. È qui che la democrazia si ravviva. Ed è su questa funzione che FIGiLo nasce, si consolida e guarda al futuro, rafforzando il dialogo con l’università e con i giovani che si affacciano alla professione».