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Occupazione

Gallipoli, call center chiude: persi 113 posti di lavoro

Licenziati i dipendenti della progetto vendita. I sindacati: «Abbandonati dalla politica»

Gallipoli, call center chiude: persi 113 posti di lavoro

GALLIPOLI -  Il Salento brucia altri 113 posti di lavoro stabili. Tutti gli operatori telefonici con contratto a tempo indeterminato, impiegati da Progetto Vendita nella sede di Gallipoli, dal 4 settembre sono tornati a casa.
I licenziamenti, annunciati dal call center i primi di giugno, sono divenuti una realtà. La sede della Città Bella chiude quindi i battenti. Rimane aperta invece la struttura di Maglie che continuerà ad impiegare per un certo periodo di tempo i lavoratori subordinati, lasciando infine spazio ai soli operatori con contratto a progetto. Un centinaio in tutto.
Ai colleghi gallipolini è andata peggio. La procedura di licenziamento collettivo si è chiusa infatti, come previsto, con un mancato accordo. Da oggi in poi i lavoratori potranno contare solo sull’indennità mensile di disoccupazione, nell’attesa di trovare un altro impiego. Si spera altrettanto stabile.

A nulla sono valsi, quindi, i solleciti di incontro e la richiesta di soccorso lanciata dai sindacati alle istituzioni. Progetto Vendita non è riuscita a rinnovare il rapporto con la sua principale commessa inbound, Mediaset Premium, scaduto a fine giugno con buona pace di tutti.

La vertenza era arrivata anche sul tavolo del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, informato sul rischio dei licenziamenti dai due parlamentari salentini del Movimento 5 Stelle, Valerio Iuno Romano e Veronica Giannone. Il senatore e la deputata avevano raccolto le istanze e le lamentele dei lavoratori nel corso di un’assemblea sindacale, autoconvocata proprio nella sede di Gallipoli.

L’occasione giusta per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. E ricordare i sacrifici compiuti nei periodi di crisi, i passaggi societari, il contratto di solidarietà, le difficoltà di dialogo con i responsabili della società. I sogni e i progetti di una vita normale, fatta anche di bollette e mutui da onorare, infranti sul muro del licenziamento.
«Alla fine è accaduto proprio quello che temevamo”, ha commentato, amareggiato, il referente Slc Cgil, Tommaso Moscara. Il sindacalista, insieme ai colleghi di Fistel Cisl, Gianni Bramato e di Uilcom Uil, Massimo Passabì, aveva tentato di richiamare l’azienda alle proprie responsabilità.

Le parti sociali hanno battuto più volte la strada del dialogo, ma a giochi fatti denunciano “un atteggiamento irresponsabile dell’azienda che si è sempre sottratta al confronto”.
«Questo atteggiamento è stato confermato anche recentemente, quando in Prefettura, alla presenza di esponenti del governo regionale, l’azienda ha tentato di coinvolgere un altro soggetto nel proprio business - ha chiosato Moscara -. Un incontro al quale è stata preclusa la presenza dei sindacati. Sembrava aprirsi uno spiraglio, ma in realtà il tentativo, i cui contenuti restano un mistero, è caduto nel vuoto».

A giugno Slc, Fistel e Uilcom avevano alzato il tiro della protesta con uno sciopero. In quell’occasione molte autorità politiche a vari livelli amministrativi, dal Comune al Parlamento, si erano impegnate a ricercare una soluzione: «Alla fine della partita, nonostante le passerelle, sono tutti scappati via, di ogni colore politico. Il sindacato è stato lasciato in completa solitudine a gestire una vertenza complicatissima», ha chiosato il referente della Cgil. 

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