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Tutti quei dubbi sul «tarantolismo»

Tutti quei dubbi sul «tarantolismo»

La prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno del 19 agosto 1980

Una riflessione sulla tradizione salentina in un articolo-inchiesta di Bartolomucci del 19 agosto del 1980

19 Agosto 2022

Annabella De Robertis

«Tarantolismo: fenomeno o problema sociale?»: è questo l’interrogativo che pone Antonio Bartolomucci in un articolo-inchiesta pubblicato su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 19 agosto 1980. «La distinzione emerge dalla caratterizzazione assunta da quando il tarantismo è stato giudicato scomparso, spezzato dagli ambienti socio-ambientali del Salento e latente solo in certe manifestazioni sporadiche e di folclore». Sul tema è stato interpellato Luigi Chiriatti, esperto della cultura tradizionale salentina. Chiriatti mette in luce gli aspetti poco folcloristici del fenomeno, ascoltando le opinioni delle varie componenti sociali del territorio: vi sono uomini e donne che parlano dei morsi delle tarantole con una strana convinzione, come di una cosa forse oggi scomparsa quasi del tutto, ma una volta effettivamente esistita. «Il problema del tarantolismo – afferma Chiriatti – ritorna con la sua drammaticità e con esso l’esigenza di una maggiore chiarezza e di una serie di interventi sulle strutture sociali del territorio».

Alcuni esempi riportati nell’articolo: Noemi dice di aver subito il primo morso all’età di 41 anni; Rosina a 19 anni; Clementina è stata attaccata a 15 anni e un uomo di Copertino sostiene di aver ballato per 16 ore consecutive. «Parlano tutti della tarantola con estrema sicurezza, certi che le proprie crisi provengano dallo spettro del ballo. E tutti non sanno trovare altro rimedio se non nel ballo, nella “pizzica tarantolata”, un motivo molto ritmato di origine araba o neoellenica, a seconda dei casi. Il particolare della musica è molto importante. Si parla addirittura di ritmi terapeutici. Un rito che riproduce interamente il fenomeno del ballo, scisso in tre momenti nei quali i danzatori, e in questo caso non si tratta di “tarantolati”, assumono la figura tipica del ragno, identificandosi con l’animale e strisciando, poi dando sfogo agli istinti sessuali, strappandosi i vestiti, battendo forte le piante dei piedi sul terreno quasi a voler calpestare la tarantola e liberarsi al male trasmesso dal morso».
L’orchestrina terapeutica nel Salento si trova ancora, dice Chiriatti, e svolge un ruolo importantissimo nel rito delle tarantolate. I fratelli Stifani a Nardò ripropongono ancora, nell’agosto 1980, la musica terapeutica con tamburello, chitarra, violino e organetto. «L’esplorazione dell’orchestrina si svolge con la massima cura, si identificano i sintomi della tarantolata attraverso l’emissione di singole note o di particolari accordi e così via a creare il ritmo giusto. E si balla per ore».

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