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Accoglienza e rivolte, dopo lo sbarco della Vlora esplode il caos totale

Accoglienza e rivolte, dopo lo sbarco della Vlora esplode il caos totale

10 Agosto 2022

Annabella De Robertis

«Qualcuno, prima o poi, lo dovrà fare. Bisognerà inserire un articolo nella Costituzione: l’Italia è una Repubblica fondata sul volontariato», scrive Gaetano Campione su «La Gazzetta del Mezzogiorno» denunciando le inefficienze della macchina burocratica statale, che non ha saputo far fronte all’emergenza profughi scatenatasi l’8 agosto 1991 a Bari. Poche ore dopo l’attracco della «Vlora» al porto del capoluogo pugliese, migliaia di albanesi sono stati trasportati allo stadio della Vittoria.

L’esercito della solidarietà ha avuto la meglio sulle istituzioni, commenta il giornalista.

La scelta di aprire i cancelli dello stadio è spiegata dal prefetto vicario Giuseppe Cisternino: «Abbiamo voluto evitare di ripetere a Bari l’esperienza di Brindisi quando i profughi vennero abbandonati sul molo. Lo stadio offre servizi igienici, spazi al coperto e possibilità per controllare meglio gli albanesi. Il rischio, infatti, è quello che tutti si allontanino, disperdendosi in città».

Nella notte, però, come si legge sulla prima pagina de «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 10 agosto 1991, si è scatenata nel «della Vittoria» la rivolta: barricate, sassaiole, lacrimogeni e manganellate.

In tremila, però, sono rimasti fuori dallo stadio: radunati sulla banchina del porto, sono stati assistiti alla meno peggio. «Non hanno provveduto, però, a fornire un riparo, sia pure di emergenza, come insistentemente ha chiesto il sindaco di Bari, il prof. Enrico Dalfino, il quale pur avendo le mani legate perché il problema profughi è di stretta competenza del governo centrale, l’ha spuntata su un punto: l’intervento dell’esercito», si legge sul quotidiano.

«Due uomini piangono come bambini e stringono al petto un giovane di appena 18 anni: è il loro fratello minore. Quest’ultimo indossa un paio di pantaloni da soldato, i capelli tagliati a zero. È un disertore. Se torna in Albania lo attendono la corte marziale e almeno 20 anni di galera. I due fratelli, che lavorano a Mesagne, supplicano i funzionari di polizia di lasciarlo andare»: sarà rimpatriato sul traghetto «Tiziano». Parte, così, il primo contingente dell’ «esercito dei disperati approdato nel nostro porto»: «È stato costretto a lasciare la “terra promessa” il Paese del cosiddetto “benessere”, così come gli albanesi hanno imparato a conoscerlo dagli spot televisivi. I primi profughi stanchi, sfiduciati, delusi, coi volti emaciati dalla sofferenza di un’altra notte trascorsa stesi al suolo e privi di qualsiasi riparo e di un’altra intera mattinata sotto un sole cocente – ieri è stata una delle giornate più torride di questa estate barese – hanno ripreso la via di casa a bordo dei mezzi dell’Aeronautica militare».

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