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Bari, il giorno dopo la strage fascista

Bari, il giorno dopo la strage fascista

Sulla «Gazzetta» il necrologio di una vittima

29 Luglio 2022

Annabella De Robertis

Su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 29 luglio 1943 appare il necrologio di Angelo Lovecchio: la sua morte, a 48 anni, è annunciata dalla moglie e dai tre figli. Si tratta di una delle vittime della strage consumatasi in una strada centralissima della città di Bari il 28 luglio: per il momento i caduti sono dodici, ma nei giorni seguenti il bilancio si farà ancora più tragico. A perdere la vita per le conseguenze della sparatoria avvenuta in via Niccolò dell’Arca, all’altezza della sede del Partito Fascista, saranno in totale venti persone, «colpevoli» di essere scese in strada per festeggiare la caduta del fascismo.

Manca, però, nel necrologio e sulle pagine dell’intera edizione della “Gazzetta”, qualsiasi accenno esplicito al violento episodio. Luigi De Secly, il redattore capo responsabile del quotidiano, mentre lavorava alla nuova edizione del giornale, è stato arrestato. Insieme a Fabrizio Canfora, Domenico Loizzi, Carlo Colella, Franco Sorrentino, Ugo Santalucia, De Secly è individuato come possibile responsabile della manifestazione culminata nella strage.

Sono ore complesse: disposizioni nazionali e locali hanno impedito qualsiasi tipo di assembramento. L’annuncio dell’imminente scarcerazione dei detenuti politici e le parole entusiasmanti di De Secly pubblicati sulla “Gazzetta” del giorno prima hanno infiammato gli animi: la reazione è stata spontanea. Alcuni giovani sono scesi per strada: tra di loro anche «una numerosa schiera di monelli, dell’età dai dieci ai quindici anni», si legge in un resoconto delle forze dell’ordine, e i grandi antifascisti della città, o almeno quei pochi non arrestati dal regime. Hanno percorso le strade principali della città, inermi, sventolando bandiere e inneggiando alla libertà. La meta era proprio il carcere di viale 28 Ottobre. Il corteo – di circa duecento persone – si è imbattuto in un cordone di militari schierato davanti al palazzo del Pnf: alcuni tentano di interloquire con i soldati, chiedono la rimozione delle insegne fasciste, ma seguono provocazioni, urla, minacce. La tensione è alle stelle. All’improvviso, gli spari dal basso e dall’alto, dalle finestre della sede fascista. I manifestanti, senza scampo, vengono colpiti: Graziano Fiore è uno dei primi a cadere. Suo padre Tommaso, il celebre antifascista, è liberato dal carcere solo nel primo pomeriggio: corre al Pronto Soccorso dell’Università e scopre il corpo martoriato di suo figlio. L’esercito e i Vigili del Fuoco hanno ricevuto l’ordine di lavar via in fretta il sangue che macchia il selciato di via Niccolò dell’Arca. Nelle ore successive alla strage e nei giorni seguenti si tenta di tenere il più possibile nascosto l’eccidio: una violenza inaudita, che rivela tutto il carattere repressivo e autoritario della nuova fase monarchico-badogliana, in totale continuità con il regime appena caduto.

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