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Fascisti a Bologna è la prova generale della «rivoluzione»

Fascisti a Bologna è la prova generale della «rivoluzione»

«Ieri sera arrivarono le prime squadre dei fasci ferraresi in pieno assetto militare e quelle e si accamparono all’aperto»

01 Giugno 2022

Annabella De Robertis

È il 1° giugno 1922. Il «Corriere delle Puglie» annuncia in prima pagina: «Oltre diecimila fascisti occupano Bologna».

Già alcuni giorni prima, il 26 maggio, fascisti e nazionalisti hanno messo in scena, nel capoluogo emiliano, una accesa manifestazione contro il prefetto Mori, accusato di favorire i partiti sovversivi: in quell’occasione si sono verificati scontri con le forze dell’ordine e due sedi socialiste sono state danneggiate. La Federazione provinciale del PNF (Partito nazionale fascista) di Bologna ha dato avvio, così, ad una grande concentrazione di fascisti in armi, capeggiata dai dirigenti nazionali, tra cui Dino Grandi, Italo Balbo e Leandro Arpinati. ​​Il centro di Bologna è occupato da squadre provenienti da vari paesi della provincia, da Modena, Venezia e, la più consistente, da Ferrara.

La cronaca riportata sul «Corriere»: «Ieri sera arrivarono le prime squadre dei fasci ferraresi in pieno assetto militare e quelle e si accamparono all’aperto. La loggia del Pavaglione e del Palazzo del Podestà sembravano tante camerate. Ad un’ora era suonato il silenzio. Squadre di ronda. Massima disciplina. La sveglia è stata suonata alle ore 7. I fascisti ferraresi sono raccolti intorno al loro comandante Balbo, in cui essi hanno tanta fiducia. Pochissimo si sa di quanto è avvenuto nei paesi della provincia. Le comunicazioni telegrafiche e telefoniche sono interrotte quasi da per tutto e nella zona del basso bolognese è mancata questa notte anche la luce». Le strade che conducono a Bologna sono sbarrate e la circolazione dei mezzi è bloccata: questo facilita, pertanto, l’entrata in città e l’inquadramento delle numerose forze squadriste, che le autorità dal canto loro, si scrive sul quotidiano, avrebbero potuto impedire.

Per il cronista non c’è dubbio: il movimento si sviluppa secondo un piano prestabilito anche nei minimi particolari e trova le forze ufficiali impreparate. I fascisti assediano palazzo d’Accursio e lanciano bombe contro la Prefettura, la Questura e la Camera del Lavoro: il giorno dopo il potere sarà trasferito all’autorità militare e, in cambio dell’allontanamento del Prefetto, i violenti accetteranno di porre fine alla dimostrazione. Mussolini si congratulerà con le camicie nere e Balbo definirà l’occupazione di Bologna la «prova generale della Rivoluzione»: mancano cinque mesi alla marcia su Roma. Il governo, in questo clima di tensioni mai verificatosi prima nel Paese, minaccia il ritiro dei permessi d’armi ad ogni ordine di cittadini

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